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Bertolucci, l’estate dell’esilio

di Francesco Ricci

L’estate accende i corpi e incendia l’anima. Non saranno magari fuoco i limpidi mattini di luglio, quando è dolce indugiare sopra il letto al chiuso di una stanza. E neppure lo saranno le ore nelle quali il sole rovente cancella le ombre e fa bruciare la gola o il pieno pomeriggio, quando il silenzio è di continuo interrotto dalla fatica delle mani e dalle consuete occupazioni quotidiane. L’estate accende i corpi e incendia l’anima sul far della sera, mentre i tavoli vengono apparecchiati, un bicchiere di vino fresco risplende nel bicchiere e la brezza accarezza la pelle. È allora che, specie in campagna, l’amore si fa sorriso, tocco, desiderio di un bacio e di una stretta, a voler ricordare che ciò che è ora, sarà anche domani. Attilio Bertolucci (1911-2000) ha conosciuto questi momenti e ne ha fatto materia di poesia. La terra, sempre la stessa – Parma e la provincia parmense – la donna, sempre la stessa – Ninetta Giovanardi, conosciuta nel 1927, in prima liceo classico, e sposata nel 1938 – il tono, sempre lo stesso, tra dolcezza e malinconia. Quando però, nel 1951, il poeta si trasferisce per lavoro a Roma (la famiglia lo raggiungerà solamente in un secondo momento), il ricordo delle estati insieme a Ninetta, in quella privata Arcadia che fu per lui Parma, è reso più pungente dalla lontananza e viene costantemente velato dalla nostalgia. Nascono così alcune delle liriche più belle di Bertolucci, che confluiscono nella raccolta La capanna indiana, che nel 1951 vince il premio Viareggio e che è attraversata da cima a fondo dal senso doloroso della perdita. Così in Per N. lontana, il lentissimo endecasillabo iniziale (“Un altro giorno, un’altra notte ancora”) riproduce a livello metrico la durata di un tempo (il tempo notturno), la cui insopportabile lunghezza discende interamente dal fatto di essere un tempo di privazione (“senza il caro conforto”) e di lontananza (“i tuoi capelli lontani”) da Ninetta: a sfiorare la donna non è il poeta, ma l’irreversibile trascorrere delle ore e dei giorni (“mentre l’ala del tempo più e più sfiora / i tuoi capelli”). Di conseguenza, l’estate è spogliata di ogni idea di intimità, di passione, di complicità, il suo è un abbraccio silenzioso (“Estivo è ormai questo silenzio intorno”) e freddo, che separa e non unisce, che acuisce la percezione della perdita di tutto un mondo (Parma, la giovinezza) e il senso di incertezza e di alienazione di un soggetto, il soggetto lirico, che riconosce come proprio unicamente ciò che è lontano da lui (“alla mia casa di campagna”). Per N. lontana è, a tutti gli effetti, una poesia dell’esilio.        

Un altro giorno, un’altra notte ancora

Senza il caro conforto dei tuoi occhi

mentre l’ala del tempo più e più sfiora

i tuoi capelli lontani.

Estivo è ormai questo silenzio intorno

alla mia casa di campagna e il sonno

dei vivi e dei morti quando il giorno

se ne va.  

(Attilio Bertolucci, Per N. lontana)

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