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ep.24 Quello che ricordo

Introduzione di Ivan Nannini

Tutte le cose del mondo hanno un inizio e una fine. E così anche per FN314 e le anime al suo interno, si avvicina il momento della grande scelta: distruggere o resettare? Salvare il salvabile o tirare una bella riga e ricominciare? Un bel problema direi. Noi di Offline vogliamo lasciarvi, chiudendo la prima stagione della serie, con uno sguardo su Renata, sui suoi ricordi più lontani, i suoi pensieri e le sue riflessioni. E con qualcosa di misterioso tra le righe: forse qualcuno che osserva da fuori, che analizza e indaga, in attesa della decisione definitiva.

Buona lettura con l’ultimo episodio della stagione, rappresentato in copertina da un disegno di Elena Liverani.

di Marco Morselli

(Renata)
La prima volta che ne sentimmo parlare fu durante un volo di rientro da una trasferta di lavoro di Pietro. L’aereo aveva lasciato il cielo di Londra insolitamente nitido da settimane e si dirigeva verso un continente ben più inquieto. Mezz’ora prima di atterrare digitai sullo schermo personale del mio sedile, tanti piccoli riquadri in serie sfilavano davanti ai miei occhi in attesa che ne scegliessi uno. Una cornice azzurra racchiudeva una collina florida e rigogliosa intiepidita dal sole, immersa in una corona di nuvole morbide e vivaci. L’insieme raccontava la storia di un paesaggio rassicurante e garbato. Da fuori la luce calda penetrava dal finestrino alla mia destra e si rifletteva sul piccolo monitor. Una lunga catena ininterrotta di cumulonembi bianchissimi fluttuava nell’aria accanto a me, mi sembrava di galleggiare su un mare di schiuma. Niente poteva disturbare la serenità di quella vista che scorreva sulla coda del mio occhio destro. Cliccai su quel riquadro lì, trasportata da un insolito senso di decisione. Mi apparve a tutto schermo la scritta della EternLab. Le nuvolette si dipanarono veloci al suono di una musica entusiasta ed incalzante. Lasciarono spazio ad un panorama rurale punteggiato da piccoli poderi e borghi antichi, da ville e castelli, boschi, foreste, montagne color tortora listate di bianco a chiudere la scena.

PUOI VIVERE PER SEMPRE, una voce confortante mi dava il benvenuto.

“Cosa stai guardando, amore?” Pietro mi prese la mano sinistra e la strinse. C’era tutta la voglia di toccarmi in quella stretta, di sentire la mia pelle, il mio odore. Strofinò le sue dita sulle mie, indugiò per poco sulla fede e poi le intrecciò.

“Non lo so” risposi “sembra interessante, da’ un’occhiata… una specie di documentario, si chiama EternLab”.

Pietro sorrise, e senza lasciare la mia mano, con la sinistra selezionò lo stesso contenuto. Io tenni per un po’ in pausa il mio, aspettavo che lui si mettesse in pari con me. Lo guardavo e cercavo di cogliere qualsiasi cenno di interesse nel suo viso. Era sereno, sembrava incuriosito, ma non stupito.

PUOI VIVERE PER SEMPRE. Quello slogan si ripeteva di continuo mentre un giovane uomo, elegante nella sua divisa bianca, faceva di tutto per attirare la mia attenzione. Ammiccava con i suoi occhi chiari come l’avorio, lo trovai un po’ troppo sfacciato. Voleva la mia attenzione, ma pretendeva che mi abbandonassi io alle sue lusinghe.

LA VITA ETERNA. L’impensabile che diventa possibile. La musica di sottofondo evocava universi paralleli dove tutto poteva davvero essere. Rifarsi una vita dopo la morte, il senso era comunque questo. Perché la morte non era stata ‘risolta’. Era ancora un problema di cui si discuteva, anche se ormai si riusciva a vivere fino a centovent’anni. Ma gli incidenti? Le malattie? E se però tutti potessimo vivere davvero per sempre, mi chiedevo, lo spazio? Ci sarebbe stato spazio per tutti? Non mi capacitavo della sola idea. Guardavo Pietro. Lui imperturbabile, il sorriso appena tratteggiato, teneva gli occhi fissi sullo schermo. La sua mano stretta alla mia, un po’ meno presente. La coda del mio occhio seguiva distratta una scia di nubi gonfie e nervose, in alcuni punti trafitte dal calore inesorabile del sole. L’aereo sussultava di tanto in tanto. Io continuavo ad ascoltare e sforzavo lo sguardo su quel paesaggio lussureggiante che mi infondeva una sicurezza inusuale. E vibrava sul monitor man mano che la turbolenza ci scivolava sotto.

QUELLO CHE PRIMA NON OSAVI NEMMENO PENSARE ORA E’ QUI DAVANTI A TE. Gli occhi immacolati di quel giovane puntati su di me. Ce li avevo addosso, potevo sentirne quasi il peso. Mi entravano dentro la testa, osservavano i miei pensieri, scrutavano le mie paure. Pietro si schiarì la gola. Per un attimo sperai che volesse dire qualcosa, volevo che qualcuno interrompesse quel momento. La mia mente era stata violata da uno sconosciuto. Mi sentivo spiata. Pietro si girò verso di me e strinse ancora più forte la mia mano. Poi tornò al suo schermo. Nelle cuffie una sequenza di note leggere pizzicate dai violini mi costringeva ad uno stato di calma che non potevo gestire ma nemmeno respingere. Dentro la mia testa l’uomo vestito di bianco, in piedi, le mani appoggiate l’una sull’altra sopra la cintura, fissava le linee del mio cervello che si aggrovigliavano sotto il bagliore di minuscole scintille. Restava lì impalato, fisso, anche quando il mio corpo sobbalzava al sussulto dell’aereo. Sospeso in quella stanza studiava tutti i miei ricordi. I miei figli, i miei nipoti. La mia casa, la casa mia e di Pietro. Ci guardava tutti e io non riuscivo ad impedirglielo. E più ci provavo più la stanza si affollava di altri ricordi. Io da giovane, il mio primo bacio, il mio primo amore, i miei genitori, i nonni, la casa d’infanzia. Lui registrava tutto e mi sorrideva. Sobbalzai ancora, stavolta più forte. Quindi uno strattone verso Pietro. La sua mano sempre salda sulla mia. Il giovane continuava a scrutare la mia memoria insolitamente produttiva e frenetica. I suoi occhi non mi lasciavano nemmeno per un istante. Un’ondata di gelo all’improvviso si mosse dalla parte bassa dello stomaco e si propagò verso l’alto, e ridiscese con altrettanta velocità. La stessa che sembrava aver guadagnato l’aereo mentre planava, a scossoni, verso il basso. Fuori una serie di pennellate livide si attorcigliavano addosso noi, e ci facevano ombra. Il sole era scomparso. Un lampo inatteso ci fece tuonare tutti quanti.

BASTA SOLO CHE TU LO VOGLIA, ABBIAMO OFFERTE PER TUTTI. L’uomo dalla divisa bianca non aveva mosso un muscolo. Mi rubava i pensieri, li rimodellava a suo piacimento e me li restituiva, con garbo. I violini continuavano a pizzicare le loro melodie mentre alcune urla, secche e spezzate, si erano levate all’apertura violenta di una cappelliera. Un altro lampo, un altro tuono. Pietro mi strinse la mano più forte ancora. Era umida adesso, e quasi scivolava sopra le mie nocche. Le fede si era fatta più larga, ebbi quasi il pensiero di poterla perdere. E il giovane dagli occhi d’avorio era sempre lì. Nello schermo le colline e i borghi traballavano con una tale violenza che a tratti si confondevano tra di loro.

PUOI SCEGLIERE IL PACCHETTO CHE DESIDERI, FIRMA IL CONTRATTO E AVRAI IL TUO POSTO GARANTITO. Ma come? Dove? Per quanto tempo? L’aereo scendeva in picchiata. E io mi preoccupavo del tempo, quale tempo? Eppure continuavo a seguire con la mente quegli slogan. E mi chiedevo cosa volessero dire quelli della EternLab. Non mi convincevano del tutto, no, ma forse in quella situazione avrei dato loro una chance. Mi voltai verso il finestrino. Era tutto nero, finché un lampo non squarciò quel buio e ci mostrò per un secondo un panorama rabbioso che voleva inghiottirci per sempre. Il pianto di un neonato mi trafisse le orecchie e per poco l’uomo della EternLab sparì dalla mia vista. Ne fui sollevata. Poi i nervi si concentrarono sulla realtà che mi circondava. Ancora urla. Mani giunte in preghiera. Gli scossoni. La cintura sempre più stretta.

“Sta’ tranquilla, amore” Pietro cercava di rassicurarmi.

Io ostentai un certo senso di sicurezza e provai a sorridere.

Il pianto del neonato due file davanti a noi si era trasformato in un lento ma ordinato singhiozzo che scandiva il tempo come un metronomo. Un altro lampo. Sobbalzammo ancora. Vidi una hostess provare ad allungarsi dallo strapuntino di fronte alla prima fila verso la cappelliera centrale. Il tonfo di un trolley sul corridoio. Una bottiglia di whiskey si frantumò sulla moquette. L’odore dolciastro e affumicato si sollevò verso di noi. Il neonato riprese a strillare senza riprendere fiato.

“Gli altri sanno cosa fare, ho lasciato un quaderno con le istruzioni” la mia maggiore preoccupazione era quella di non lasciare i miei figli nella confusione della gestione delle nostre cose. Volevo ribadirlo a Pietro, e a me stessa. Mi sentivo in qualche modo a posto.

“Tu pensi proprio a tutto” la serenità con cui mi parlava mi faceva sentire a posto “ti ho sposato proprio per questo”.

Cercai il contatto con la fede, la sentivo solo per la pressione della sua mano. Eravamo insieme, e questo era quello che contava. Ma il pensiero del vuoto che avrei lasciato ai miei cari. Era forse la cosa che mi disturbava di più. Un altro tuono. Lo schermo si era riattivato, le colline sciaguattate ancora, intorno all’uomo in divisa bianca. I nostri sguardi si incrociarono in un modo insolito, mi parve che lui fosse consapevole che lo stessi guardando.

“No, non può finire così” mi sfuggì tra i pensieri che il giovane colse subito. C’E’ SEMPRE UNA VIA D’USCITA. E NOI DELLA ETERNLAB POSSIAMO OFFRIRTELA. Pensai che forse, che sì, che se tutto fosse andato per il meglio magari ci avrei ragionato sopra. Che quell’idea poteva non essere così balzana.

L’aereo cominciò a scendere, più sicuro. Sul finestrino si affacciavano scampoli di nuvole dal colore dell’acciaio mescolate con altre più chiare, e qualche striscia di cielo azzurro. Una stesa inumidita di sfumature verdi puntellata da centinaia di case. Le linee d’asfalto si incrociavano ordinate tra la città e il bordo delle piste. Schiacciai la faccia sul vetro. L’ora d’oro era accentuata nei suoi riflessi dall’aria ripulita dalla tempesta e faceva scintillare i palazzi e le chiese di Roma. Al centro di quell’immagine dai colori saturi un grattacielo si stagliava nel bel mezzo dell’Eur. Riuscivo a distinguere soltanto due lettere, una E e una L.

Il bambino davanti a noi rideva. Pietro non disse una parola, si sgranchì la mano e poi la appoggiò di nuovo sulla mia. Asciutta.

“Prendiamo il tapis roulant” dissi una volta ripresi i bagagli “non ho voglia di camminare, ho le gambe stanche”.

Il nastro ci trasportava, immobili e sollevati. Pietro controllava i messaggi sul cellulare. Il ticchettio delle hostess sul pavimento di marmo. La voce che annunciava nuove partenze e nuovi arrivi. Sulla parete alla nostra destra scorrevano immensi cartelloni pubblicitari. Una catena alberghiera aveva appena aperto un hotel davanti a Trinità dei Monti. Accanto a Piazza di Spagna una fila di macchine da noleggio di lusso, in fondo alla quale un autista avvenente sorrideva mentre apriva lo sportello. Aeroporti di Roma ci ringraziava di aver scelto i suoi servizi. La Coca Cola ci ricordava che è la bevanda ideale per accompagnare una pizza servita davanti al Pantheon. Una serie di colline che richiamavano la Val d’Orcia mi portò fino ad un borgo di mattoni rossi circondato dai cipressi. Il cielo più luminoso che avessi mai visto. Un uomo vestito di bianco, con gli occhi d’avorio, sorrideva sopra un indirizzo internet ed un numero telefonico. VUOI VIVERE PER SEMPRE?

Poi non ricordo più niente.  

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