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“Grandi calici sorgono dall’acque, gigli di foco…”

di Caterina Corucci

Qualche settimana fa andai a Marina di Pisa a godermi l’ultimo sole ormai stiepidito. Dopo aver lasciato l’auto dietro Piazza Gorgona mi incamminai in direzione Boccadarno, la foce del fiume, tenendo alla mia sinistra la spiaggia, gli scogli e gente in costume che non si arrendeva all’autunno incipiente.

Arrivai al fanale verde, proprio in fondo, nel punto in cui la terra finiva e iniziava il mare e notai un masso ma solo perché mi fermai lì vicino per fare una foto , sennò non ci avrei mai fatto caso. Pareva come graffiato, artigliato da un drago e c’era attaccata una targa, anzi due. Come incurante degli ombrelloni colorati, stava lì a ricordare che Gabriele D’Annunzio trovò l’ispirazione per molti dei suoi versi più belli proprio in quel paese “fatto di sabbia e di ragia”.

O Marina di Pisa, quando folgora / il solleone! / Le lodolette cantan su le pratora di San Rossore / e le cicale cantano su i platani / d’Arno a tenzone. / Come l’Estate porta l’oro in bocca, / l’Arno porta il silenzio alla sua foce […]
(da La tenzone – Alcyone, Luglio 1899)

Oggi torno davanti a quello scoglio ferito, voglio vedere una cosa.

Secondo la mia ricerca è proprio qui che a quel tempo doveva esserci Villa Peratoner, dove il poeta visse un periodo di grande amore e passione con Eleonora Duse. Al suo posto oggi dovrebbe esserci un bar e in effetti c’è, si chiama Rosa dei Venti, però è una costruzione bassa che non ha niente a che vedere con la villa. Confrontandola con una foto d’epoca sembra corrispondere piuttosto a una dependance, però della costruzione principale nessuna traccia. Ma è davvero questo il punto?

Entro nel bar e chiedo informazioni. Il barista mi dice di aspettare, sta servendo due clienti tedeschi.

“Non dia retta a quello che si legge in giro,” mi dice, “D’Annunzio qui – intendo dove ora c’è questo bar – non c’è mai venuto. Lui stava da un’altra parte, mi segua”. Gira intorno al bancone ed esce di corsa lasciando la porta aperta. Facciamo poche decine di metri ed entriamo in un ristorante lì vicino, sulla sinistra.

Dentro il ristorante il barista abbraccia il vuoto con gli occhi e dice: “Ecco, la villa era proprio in questi spazi. Le stanze di D’Annunzio stavano al piano di sopra. Dalla finestra guardava partire i pescherecci e appena li vedeva lasciare gli ormeggi, andava a ‘trombare’ tutte le mogli dei marinai”.

Va verso una gigantografia appoggiata per terra che rappresenta il luogo come era una volta. Ora mi torna. E io che pensavo di visitare una casa museo, mi ritrovo invece in un ristorante.

Un cameriere si avvicina chiedendomi se voglio un tavolo. È quasi ora di pranzo…, perché no? Un fritto di pesce e una birra, grazie.

Il caffè però vado a prenderlo dal “mio amico” barista, così faccio altre due chiacchiere.

“Certo – mi dice nel salutarci – che se il su’ babbo non fosse stato adottato dallo zio, il nostro Gabriele si sarebbe chiamato, di cognome, Rapagnetta come il nonno. E chissà se avrebbe avuto lo stesso successo con le donne! D’Annunzio suona parecchio meglio, non trova?”

Esco dalla Rosa dei Venti giocando mentalmente coi cognomi e decido di continuare la passeggiata, così digerisco il fritto.

Magari vado vedere i “retoni” dei pescatori, quelli che il Vate racconta nella poesia Bocca d’Arno del Luglio 1899. Percorro Viale D’Annunzio e arrivo al porto, proprio vicino alla foce.

[…] Sono le reti pensili. Talune / pendon come bilance dalle antenne / cui sostengono i ponti alti e protesi / ove l’uom veglia a volgere la fune; / altre pendono a prua dei palischermi / trascorrendo il perenne / specchio che le rifrange; e quando il sole / batte a poppa i navigli, stando fermi / i remi, un gran fulgor le trasfigura: / grandi calici sorgono dall’acque, / gigli di foco.[…]

Uno sguardo all’orologio, decido di tornare verso la macchina ma di prendermi tutto il tempo che la poesia richiede, ho da fare ancora una cosa. Trovare una pineta.

Era luglio, D’Annunzio ed Eleonora Duse, ribattezzata Ermione (dal nome della figlia di Elena e Menelao, nell’Odissea), si trovavano in una pineta di Marina di Pisa quando iniziò a piovere. Il poeta fissò immagini e sensazioni in una pagina dei suoi Taccuini. Data e luogo: 2 luglio 1899 – Marina di Pisa.

«La Pineta è selvaggia, tutta chiusa da cespugli fitti, da mirti, da tamerici. Qua e là le ginestre fiorite risplendono con i loro gialli fiori. La pioggia discende su la verdura con un crepitio che varia secondo la densità del fogliame. […] Seguendo un sentiero mi smarrisco. […] Riodo il rumore del mare. I piedi si bagnano nella macchia pregna di pioggia. Tra gli aghi dei pini nereggiano le pine solide. Le cicale, che cantavano ancora sotto il cielo cinerino, a poco a poco ammutoliscono. […]».

Tre anni dopo il poeta recuperò gli appunti per trasformarli in poesia:

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini
.
 […]
Da La Pioggia nel pineto, 1902

Peccato che oggi non piova. Avrei voluto sentire quei suoni e vedere la pineta, come deve essere buia, senza i fili di luce che interrompono lo scuro.

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