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Le città invisibili

di Marco Morselli

La storia probabilmente inizia in una grande stanza dalle pareti rivestite d’oro e argento, su cui sbalzano animali di ogni genere, dai più comuni ai più esotici. L’odore del sandalo che si leva dai numerosi bracieri addolcisce l’atmosfera fredda e sferzante dell’inverno cinese. Marco Polo è seduto su un grande cuscino, a gambe conserte, sotto il piedistallo di pietra che regge un trono tempestato di giada. Il Kublai Khan, con le mani appoggiate ai braccioli scolpiti a forma di draghi, la tunica dorata lunga fino alle pantofole di seta e un pesante mantello di pelo di yak sulle spalle, si china verso il viaggiatore straniero. Lo sguardo dell’imperatore fatica a non perdersi nel vuoto. Potrebbe essere l’inizio del Milione. O una rielaborazione successiva ispirata alla magia di quell’Oriente. Invece si tratta di un’altra delle potenti ed evocative visioni di Italo Calvino, che nel 1972 pubblica Le città invisibili. Negli anni precedenti lo scrittore raccoglie appunti su metropoli immaginarie, grandi capitali di un tempo che, come sempre in Calvino, non esiste più, ammesso che sia mai esistito. In una sorta di medioevo moderno e favoloso si collocano le città suddivise prima in undici categorie, ognuna con cinque descrizioni, poi scozzolate e ripartite in nove capitoli, a loro volta intervallati dai dialoghi tra l’imperatore dei Tartari e l’esploratore veneziano. Le città che Marco Polo descrive al Kublai Khan in realtà non esistono, ma esistono al tempo stesso. Come luoghi perduti in universi paralleli, immersi in vere e proprie distopie fiabesche, esse riemergono nei ricordi del veneziano che ne dipinge un’immagine vivida e realistica al sovrano curioso. Brevi materiali narrativi a sé stanti, ma al contempo risistemati in una precisa struttura che sfiora la potenza letteraria di un romanzo. Calvino ammette che ogni città è stata immaginata in un momento diverso, e su di ognuna ha riversato il suo stato d’animo di quel preciso istante. Ogni luogo che appare tra le pagine di questo libro filtra il variegato mondo dell’animo umano e l’eterna tensione tra la percezione di ciò che è stato, ciò che è e ciò che ci si aspetta che sarà.

Despina, Karina Puente

Ci sono le città e la memoria, come Isidora, nella cui “piazza c’è il muretto dei vecchi che guardano passare la gioventù”. O le città e il desiderio, come Anastasia dove i desideri “si risvegliano tutti insieme e ti circondano” ma ti rendono parte di essi, e quindi schiavo, o Despina, che emerge dal deserto con i suoi alti pinnacoli che assomigliano agli alberi di una nave, e come una nave pare pronta a salpare con il suo bastimento carico di sogni e di brame.

Ottavia, Rebecca Chappell

Ne le città e i segni come Ipazia, le parole perdono il significato di fronte alle cose, e il viaggiatore deve liberarsi dei vincoli che siamo soliti dare ai segni che formano una lingua e quindi dalle immagini che ci si attende da quelli, per poter capire finalmente il linguaggio della città. Ci sono anche le città sottili, filiformi e astratte, alcune sospese come Ottavia, la città-ragnatela che galleggia nel vuoto tra due montagne scoscese, la vita dei cui abitanti “è meno incerta che in altre città” poiché “sanno che più di tanto la rete non regge”. Tra le città e gli scambi, dove abitanti e viaggiatori si scambiano merci che sono però anche parole, ricordi o desideri, c’è Cloe dove “le persone che passano per le vie non si conoscono. Al vedersi immaginano mille cose l’uno dell’altro, gli incontri che potrebbero avvenire tra loro, le conversazioni, le sorprese, le carezze, i morsi. Ma nessuno saluta nessuno, gli sguardi s’incrociano per un secondo e poi sfuggono, cercano altri sguardi, non si fermano.”

Ci sono poi le città e il cielo, come Eudossia, che ricorda l’intreccio di un tappeto e dove “ogni abitante confronta all’ordine immobile del tappeto una sua immagine della città, una sua angoscia, e ognuno può trovare nascosta tra gli arabeschi una risposta, il racconto della sua vita, le svolte del destino”; le città continue, uniformi megalopoli che ricoprono la superficie terrestre, come Leonia, immersa nei rifiuti, i cui abitanti acquistano smodatamente qualsiasi cosa per poi farne pattume, al punto che “ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da sé, il mondarsi d’una ricorrente impurità”; le città e i morti, tra cui spicca Eusapia, in una eterna concorrenza tra le sue due anime di metropoli e necropoli, dove la città dei vivi, sospinta dal dinamismo affannato dei tempi moderni tenta di copiare la città dei morti, animata da un ben più saggio e lento ma costante cambiamento; le città e gli occhi, come l’illusoria Moriana, che “sembra continui in prospettiva moltiplicando il suo repertorio d’immagini: invece non ha spessore, consiste solo in un dritto e in un rovescio, come un foglio di carta, con una figura di qua e una di là, che non possono staccarsi né guardarsi.”

Leonia

Tra le città nascoste, Marozia, in cui gli abitanti si muovono per i cunicoli come topi alla ricerca di avanzi lasciati da topi ancora più grandi. Ma esiste anche un’altra città popolata da rondini, in cui la prima sta per trasformarsi.

Ci sono infine le città e il nome, una delle quali si vede sporgere dalla linea di un altipiano, conosciuta come Irene, che è una città per chi la vede senza entrarci, “e un’altra per chi ne è preso e non ne esce; una è la città in cui s’arriva la prima volta, un’altra quella che si lascia per non tornare; ognuna merita un nome diverso”, forse ne ha “già parlato sotto altri nomi” forse non ha “parlato che di Irene.”

Cinquantacinque brevi racconti intrecciati in una trama che sfiora i temi della globalizzazione, dell’urbanesimo sfrenato, del progresso e del rapporto tra l’uomo e il suo futuro. Cinquantacinque memorabili visioni sulla dimensione del tempo e dello spazio umano che percorrerà tutto il secondo Novecento assumendo le forme dell’ambientalismo e della riflessione sull’industrializzazione e sulla demografia che saranno elementi cruciali nella civiltà del millennio appena iniziato. Calvino viaggia, osserva, ricorda, immagina, scrive e metabolizza tutto ciò in un libro geniale. Libro che tutti possono leggere e possono o devono intrepretare liberamente, perché le città invisibili in fondo non esistono, e se esistono lo sono soltanto nella mente e nella fantasia della voce narrante di Marco Polo a cui piano piano si sostituisce l’immaginario del lettore.

“Il mio libro s’apre e si chiude su immagini di città felici che continuamente prendono forma e svaniscono, nascoste nelle città infelici”, puntualizza nella prefazione, a confermare la duplicità del reale, che è sempre ciò che sembra ma, allo stesso tempo, anche il suo contrario. Così come la forma di ogni cosa è data dallo spazio che la delimita, oltre che da ciò che la riempie. La forma dell’oceano è data dalla linea della costa terrestre, così come la forma della terraferma è data dalla linea dell’oceano. E’ forse in questa determinazione reciproca tra gli opposti che va trovata la chiave per capire il senso dell’uomo nell’ambiente che lo circonda. E il suo ruolo nell’evoluzione del destino che lo attende.

Italo Calvino, Santiago de las Vegas 1923-Siena 1985
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