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Le lettere dall’Elba di un poeta maledetto. Dylan Thomas.

di Caterina Corucci

Sono venuta via dall’Elba due mesi fa ma sembra che sia passata una vita. D’altra parte in due mesi può cambiare il mondo, figuriamoci la percezione del tempo. Il caldo ormai è come scaduto e il cielo nuovo rende incomprensibile questo finire di stagione. Momento perfetto per partire. Ho lasciato delle cose in sospeso nell’isola, tante cose che mi richiamano. Una è l’escursione nella miniera a cielo aperto di Rio Marina, ai piedi del Monte Giove, con la mia amica e collega Jolanda, già programmata dall’inizio dell’estate.

Sulla nave ingoio un metro di nostalgia per ogni miglio di mare e quando sbarco mi lascio sopraffare dagli odori che ricordavo più freschi. Aziono il navigatore e mi accerto che l’itinerario indicato sia quello che passa per il Volterraio, una strada così stretta che quando incrocio una macchina in senso contrario trattengo il fiato. È un susseguirsi di tornanti sullo strapiombo, più volte mi affaccio nel vuoto. E poi fenditure tra rocce scure che mi schiacciano. Ogni volta che la percorro spero sia infinita e dimentico dove sto andando, finché vedo il cartello Benvenuti a Rio Marina e mi rinvengo. Jolanda mi aspetta al parcheggio e insieme scendiamo per raggiungere l’inizio del percorso. Parliamo del nostro lavoro, di minerali e di quest’anno così strano; a un certo punto mi fa notare una targa affissa sul muro di un palazzo.

Dylan Thomas, il poeta più originale degli anni ’40, dal linguaggio trasgressivo, visionario, fatto di metafore spesso oscure e di accostamenti azzardati, forse l’ultimo dei poeti maledetti, “il Rimbaud di Swansea”, come fu definito. È stato qui, settantaquattro anni fa.

Cosa ci faceva Dylan Thomas a Rio Marina? Era qui in vacanza con la famiglia, mi dice Jolanda. E da qui ha scritto varie lettere, oltre a “In country sleep” dedicata a sua figlia, una delle sue composizioni più belle. Se dovesse interessarmi può mettermi in contatto con Massimo Trombi, esperto libraio, mediatore culturale, cultore di poesia da sempre e collaboratore dell’International Dylan Thomas Day.

Passo così la giornata fra minerali, sole, salsedine, con lo scintillio di ematite negli occhi e Dylan Thomas in testa. Tornata a casa, contatto Massimo Trombi e gli chiedo un appuntamento.

La sua passione per il poeta gallese iniziò negli anni ’80. Di lui sa tutto, ha scritto vari articoli finiti in tesi di laurea e ha avuto il privilegio di vedere appeso al muro, nella casa di Gemma Berti (moglie di Luigi, primo traduttore italiano di Dylan) il manoscritto di “In country sleep”, sgorgato in corsivo dal pugno di Thomas.

Mi racconta di quel genio poetico che stravolse i canoni della poesia del 900 e parliamo a lungo del ritmo dei suoi versi, della musicalità che li anima. Del fatto che Thomas poteva restare un mese sospeso su una parola aspettando la giusta risonanza. Anafore, allitterazioni, uno stravolgimento della metrica per una poesia irriverente che parla di natura, di morte, d’amore, di sesso e di una religiosità tolstojana. Immagini emotive accostate ad altre in modo inaspettato. Volutamente contraddittorio. E da questo accostamento scaturivano altre immagini in un continuo insorgere e spezzarsi che molto ricordava la tecnica filmica delle dissolvenze. Una dialettica dalla quale si originava la deflagrazione semantica che stupì e che spesso fu oggetto di critiche.

[…] La notte nelle orbite contorna,
Luna di pece, il limite dei globi;
Il giorno illumina l’osso;
Dove non fa mai freddo, la raffica che spella
Slaccia le vesti dell’inverno;
Il film primaverile dalle palpebre pende.
La luce appare su segreti appezzamenti,
Sugli scarti del pensiero dove i pensieri esalano alla pioggia;
Quando le logiche muoiono,
Il segreto del suolo cresce attraverso l’occhio
E il sangue sprizza al sole;
Sopra i terreni devastati l’alba arresta il suo corso.

(da: La luce appare dove non splende il sole).

“La sua poesia era trasgressione pura sul filo di una visionarietà spinta fino all’ossessione”, scrive Massimo Trombi, “è quanto di più magmatico possa esistere, ma ha il dono della sincerità e non conosce la preoccupazione di trovare una logica. Resta nei confini formali che lui si è imposto, per lasciare in chi legge la percezione di un sentimento. Questo è il grande merito dei suoi versi”.

La vita di Dylan Thomas coincise con la sua poesia. Entrambe fuori dagli schemi, da vero romantico ribelle.
Agli eventi e alle celebrazioni non riusciva a non ubriacarsi e si rivelò spesso un personaggio intrattabile e molesto, quasi ingestibile. Nonostante le sue crisi, gli eccessi, gli sfoghi, il mondo intellettuale lo sosteneva. Ma la sua era una strada che portava all’autodistruzione, il prezzo da pagare per il suo talento.

Di se stesso scrisse: “Contengo in me una bestia, un angelo e un pazzo”.
Morì a New York a 39 anni, dopo aver trangugiato 18 bicchieri di whisky.

A Rio Marina amavano quel personaggio squattrinato e devoto alla birra; sotto il pergolato, nelle serate afose di agosto, marinai e minatori si riunivano per ascoltare i versi che il poeta amava recitare con voce suadente. E piangevano, piangevano tutti di commozione anche se le poesie erano in una lingua che non conoscevano, tanta era la musicalità, tanto bello era il suono . (clicca per ascoltare)

[…] Le vele bevvero il vento e bianco come il latte
Drizzò veloce nel bevente buio;
Il sole ad occidente naufragò su una perla
E dalla sua carcassa uscì a nuoto la luna. […]

(Da: Ballata dell’esca dalle lunghe gambe)

E lui ricambiò l’affetto, pur soffrendo per lo scottare di un sole cocente, impensabile nella sua Swansea.

Da un suo messaggio inviato dall’Albergo Elba di Rio Marina:

Fortunato Napoleone! Questa è un’isola bellissima e Rio Marina il più strano villaggio che esista: vi abitano soltanto pescatori e minatori; pochi turisti, nessuno dei quali straniero. Severo all’estremo. Qualcosa di simile a una Chaer-civeen latina. Avvisi “Proibite le risse” in tutti i bar. Cognac all’Elba a tre penny .

E poi, da una lettera all’amica Margaret Taylor:

Mia cara Margaret,
il caldo! I vecchi dell’Elba, supini sulle schiene scorticate e coperte di vesciche si lamentano per il caldo. Ragazzi acquatici neri di sole, dai piedi palmati, che si tuffano dalle gru, sanguinano per il caldo. Anziani e riarsi minatori, cinquant’anni nel fuoco, ringhiano contro il caldo mentre trascinano nudi, sui moli scheletrici, gli arrugginiti vagoncini. E in quanto a noi i bambini sono tutti un esantema per il sole e il mare, Brigit si sta sbucciando come la carta da parati di una stanza bombardata sotto la pioggia […]

Nel salutarci Massimo mi consiglia la raccolta di Poesie, quella di Einaudi con il testo in lingua a fronte. Perché è bello confrontare la traduzione con la parola originale, cercare l’intenzione dell’autore fra le righe. Per capirlo un po’ di più. Per giocare con la poesia, di cui sento davvero un gran bisogno.

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