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La leggenda della spiaggia delle Ghiaie

di Caterina Corucci

L’Elba a gennaio è un luogo estivo senza estate, ne rimane l’idea, da qualche parte, ma il freddo si sovrappone e tutto diventa una cosa nuova. Sono a Portoferraio da quasi tre mesi, in questo periodo ho visto solo i dintorni del bilocale che ho affittato, la scuola dove lavoro, il supermercato e poco più. Ma le giornate si sono allungate di quel poco che basta per sentirlo nell’aria e ho voglia di camminare.

Passo passo sono arrivata alla spiaggia delle Ghiaie, quattrocento metri di ciottoli bianchi, porosi, tutti curiosamente punteggiati di macchie nero-blu. Non ne avevo mai visti di simili e penso che magari qualcuno del posto saprà dirmi qualcosa a riguardo. Mi stringo nel piumino guardandomi intorno, l’inverno mi taglia il viso. Non c’è un’anima viva, il bar accanto alla pineta pare chiuso. Pare, infatti mi avvicino e scopro che è aperto. Dentro, alcuni tavolini con sopra le sedie ribaltate e uno con tre uomini davanti a una bottiglia di Aleatico. Quello più giovane pare sorpreso, è il barista, si alza come se si fosse appena svegliato e va dietro il bancone. Mi indica la vetrina delle paste, vuota. Le paste non mi interessano, ordino un caffè, anzi un cappuccino anche se sono le quattro del pomeriggio. Mentre si mette all’opera chiedo se può dirmi qualcosa della spiaggia, della grossa ghiaia a macchie nero-blu di cui è composta.

Si volta, non nella mia direzione, ma verso uno degli uomini seduti, quello calvo, abbronzato come se fosse luglio.

«Domenico! Senti un po’ la signora, te che hai studiato».

Domenico apre il torace e si appoggia allo schienale con soddisfazione. Mette i palmi delle mani sul tavolino e mi fa: «Venga, venga. Si sieda». Il terzo uomo alza gli occhi al cielo e si accende una sigaretta. «Posso?», dice «Tanto non c’è nessuno». Io sono nessuno.

Scopro che questi ciottoli maculati hanno molto a che fare con la leggenda degli Argonauti: Castore, Polluce, Orfeo, Ercole, Esculapio e altri valorosi, cinquanta in tutto, guidati da Giasone. Secondo la mitologia greca si imbarcarono sulla nave Argo e affrontarono un lungo viaggio alla conquista del Vello d’oro, il manto di un ariete alato che aveva il potere di curare ogni ferita, e che era custodito dal re Eete nella Colchide. Pare abbiano fatto tappa proprio in questo tratto di costa. Stanchi e provati dal duro viaggio, una volta scesi a terra gli Argonauti versarono gocce di sudore che macchiarono i sassi in modo indelebile. Non esistono altri posti al mondo dove si trovano rocce di questo tipo. Il luogo, prima di chiamarsi Portoferraio, fu Porto Argo.

A un certo punto Domenico fa una pausa e beve un paio di sorsi, compiaciuto; il fumatore dice che il suo amico lavora sulle navi per sbaglio, doveva fare il professore. Approfitto dello stacco per chiedere cosa ci facessero gli Argonauti da queste parti, visto che il Vello si trovava ben lontano da qui.

«La verità – mi dice Domenico come in gran segreto, abbassando il tono della voce e sporgendosi verso di me – è che nella Colchide Giasone conquistò, oltre al Vello, anche Medea figlia di Eete. Se la prese a bordo e sulla via del ritorno questa insistette per andare a trovare la zia, la maga Circe, che abitava un po’ più a sud dell’Elba, nel Circeo, appunto».

Restiamo a parlare ancora un po’ del colore del mare che qui, proprio grazie a questi ciottoli presenti sul fondale, va dal turchese al blu cobalto. Uno spettacolo. Poi il barista vuole chiudere. Domenico insiste per offrirmi il cappuccino e mi fa promettere che non mi porterò a casa nemmeno un sasso delle Ghiaie. I turisti ce l’hanno di vizio ma c’è un ordinanza comunale che lo vieta; sasso dopo sasso la spiaggia si sta impoverendo. Peccato, confesso che sono stata tentata.

Appena tornata a casa mi metto al computer e inizio la ricerca.

La nascita della leggenda si basa su diverse narrazioni di autori classici.

Diodoro Siculo (90-20 a.C.) racconta che gli Argonauti, navigando per il Tirreno durante la loro spedizione, fecero sosta su un’isola chiamata Aithalìa. Si tratterebbe proprio dell’Elba. Secondo il mito gli eroi naviganti sbarcarono su questa spiaggia e una volta scesi a terra si detersero il sudore con i sassi, rendendoli così caratteristici e inconfondibili. L’antico nome dell’isola, che significa “fuligginosa” (in caratteri greci è Αἰϑᾰλία ), si dovette al fumo visibile anche dal mare, che si alzava dai forni in cui cuoceva il ferro di cui l’isola è ricca.

Cenni sulla vicenda sono già presenti nell’Odissea, in Esiodo, Sofocle e altre fonti. Ma le notizie più interessanti ed elaborate si trovano ne Le Argonautiche, un poema epico in greco antico scritto da Apollonio Rodio nel III secolo a.C. che racconta il mitico viaggio di Giasone e degli Argonauti.

Inoltre il geografo Strabone (circa 63 a. C.- 19 d. C) scrisse:

Lungo Etalia c’è un porto Argivo [così denominato] da Argo, come tramandano. Infatti si dice che lì avesse navigato Giasone, cercando la residenza di Circe … e  che specialmente, essendosi indurite  le gocce di grasso e di olio che si erano formate sul corpo degli Argonauti, i ciottoli sulla spiaggia ne restino ancora screziati di vari colori”… (a quanto pare la visita ai parenti è documentata).

Mi sono divertita ad approfondire alcune cose. Il modo in cui le pietre si sono macchiate, per dirne una, che è diverso da narrazione a narrazione: si legge che gli Argonauti sprizzavano gocce di sudore mentre tiravano in secco la nave, ma si trova anche che sudarono facendo gare sportive sulla spiaggia.

Poi ho seguito la rotta dei nostri eroi, cartina alla mano. In effetti dalla Tessaglia alla Colchide e ritorno, passando per il Mediterraneo, la presero parecchio larga. D’altra parte dovettero vedersela con mostri, tori e sirene, oltre alle Arpie, Circe, Medea e varie figure mitologiche; le prove da superare li portarono ad allungare di molto il percorso.

Infine, cosa sono esattamente i sassi maculati? Si tratta di aplite, con inclusioni di tormalina blu. La formazione di questi nuclei è molto probabilmente dovuta ad assoluzione di liquidi ricchi in boro e di volatili, avvenuta durante la risalita e il raffreddamento veloci del magma granitico. Questo è quello che ho trovato, ma chi vuole può continuare a pensare che la loro origine sia ben diversa e, senza dubbio, molto più affascinante.

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