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#2

di Ivan Nannini

<Jonathan Swift: Una Modesta Proposta>

Fu questo il messaggio che comparve sullo schermo del bancomat, solo questo, senza altre indicazioni. È passato un po’ di tempo ormai, un paio di mesi trascorsi a cercare di capire cosa Kiron volesse realmente da me, cosa voleva che scrivessi. In quel momento mi limitai a segnare il testo del messaggio sulla ricevuta del bancomat, con una penna trovata sul sedile posteriore della mia auto.

Nei giorni a seguire pensai spesso a Kiron: sul mio posto di lavoro, la sera sul divano con la tv accesa o mentre mi lavavo i denti prima di coricarmi. Lo immaginavo seduto ad una scrivania con gli indici sulle tempie nell’atto di inviare con la mente questo messaggio. Poi lo vedevo passeggiare tranquillamente per corridoi asettici o intento a cucinarsi qualcosa con strumenti futuristici, oppure immerso in una vasca circolare riempita con uno strano liquame verde. Mi piaceva immaginare che fosse disperso nell’universo, su un’astronave o su un pianeta lontano, con la fissa per gli umani, con la fissa per me. Lo odiavo anche un po’… forse per la cripticità del suo messaggio o forse per il fatto che, proprio per quel messaggio così scarno, mi aspettavano notti insonni e grandi mal di testa. Sì, Kiron mi conosceva bene, e probabilmente conosceva bene anche la mia innata e logorante curiosità.

Kiron nella vasca. Illustrazione di Elena Liverani

Poi è arrivata la quarantena, improvvisa e a tempo indeterminato. Da un giorno all’altro ci siamo ritrovati chiusi nelle nostre case, impossibilitati ad uscire se non per motivi di sopravvivenza, servizi di base per la collettività o emergenze. Sono i tempi del coronavirus. Alla tv e sui social non si parla d’altro, e durante le sporadiche uscite, magari immersi nelle lunghe file formatesi davanti ai supermercati o nei piccoli discount di provincia, l’argomento di conversazione è sempre lo stesso; per il resto c’è solo silenzio, distanza fisica e disumana e sguardi diffidenti fra esseri con guanti e mascherine.

Così ho deciso di limitare al massimo le mie uscite cercando di sopravvivere il più possibile con quello che ho in casa. Scarseggia un po’ tutto nella mia dimora di sessanta metri quadri, in questo minuscolo paesino di periferia. Me ne sono reso conto cercando invano nei cassetti della scrivania e sui mobili in giro per la casa dei fogli di carta per gli appunti. Certo vi chiederete perché io non possa usare un documento word o i promemoria sullo smartphone per gli appunti, e non avete torto a chiedervelo… ma questo forse è un mio limite: un bisogno materiale di carta e penna a cui non so dare spiegazione.

Ho trovato un quaderno usato per metà, dentro una scatola polverosa. Qualcosa di molto vecchio, dei tempi della scuola, ma utile al mio scopo.

Ho iniziato la ricerca focalizzando la mia attenzione sull’autore, Jonathan Swift. Non divagherò troppo su di lui. A differenza di George Psalmanazar, il personaggio misterioso dello scorso articolo, su Swift si può trovare di tutto e di più sul web e non solo. Molti di voi lo conosceranno di sicuro e, se ancora non avete idea di chi sia, vi dico soltanto che è l’autore de ‘I viaggi di Gulliver’, il suo romanzo più famoso, pubblicato nel 1726 come opera destinata ai bambini, ma che in realtà altro non era che una feroce critica alla società e al comportamento umano del tempo.

È proprio questa critica al pensiero dominante che contraddistinse tutto il lavoro di Swift , considerato uno dei maggiori maestri della prosa satirica in lingua inglese. Su Wikipedia viene definito come “spirito libero e razionale, pastore anglicano di posizioni eterodosse”. Le sue opere più famose oltre a ‘I viaggi di Gulliver’ sono: ‘Il racconto di una botte’, una “favola” che prende in giro gli eccessi religiosi del tempo, e il pamplhet ‘Una modesta proposta’, che è il testo del messaggio inviatomi da Kiron.

Il titolo originale dell’opera è :‘Una modesta proposta per evitare che i figli dei poveri siano di peso ai loro genitori e al loro paese e per renderli utili alla società’.

È una lettura molto breve, scorrevole, ma sconvolgente. Teniamo presente che questo pamphlet uscì nel 1729, in un’epoca in cui l’idea di amore incondizionato dei genitori verso i propri figli non veniva dato affatto per scontato. Leggendolo adesso, con il nostro bagaglio morale, la lettura appare ancora più sconcertante.

Swift arriva ad ipotizzare con lucidità e lungimiranza che, per risolvere i problemi di sovraffollamento e di estrema povertà in cui versava la maggior parte della popolazione nell’Irlanda di quei tempi, si potessero usare i figli dei poveri “senza futuro, destinati alla sofferenza e alla criminalità se non alla morte prematura”, come piatti prelibati per i ricchi.

La sua però non era solo un’idea campata in aria. Il suo testo appare come uno studio approfondito di un economista, con tanto di dati aggiornati sul livello di sovraffollamento del suo paese, proiezioni future e possibili scenari socio-economici.

Gli infanti sarebbero stati a carico dei genitori solo il primo anno di vita, svezzati per lo più dal latte materno, così da non gravare troppo sull’economia familiare. Dopodiché sarebbero stati pronti per essere venduti e destinati ad arricchire il menù dei signori facoltosi. La famiglia in questo modo avrebbe potuto contare su un’entrata extra in denaro con conseguente miglioramento del tenore di vita. Swift si dilunga molto anche su come rendere più varia l’arte culinaria con l’introduzione di questa nuova materia prima, facendo vari esempi di piatti deliziosi con tanto di ricette e aprendo possibili scenari gastronomici fantasiosi agli chef del tempo.

Ipotizza anche un calo della violenza familiare, con padri meno inclini ai maltrattamenti verso le mogli e i figli, “pratica largamente usata tra i più poveri”, per l’acquisito valore della prole ai fini del benessere familiare. E i ricchi avrebbero trovato benefici, sia per la varietà nelle abitudini alimentari, sia per la nascita di tecniche innovative volte alla lavorazione dei pregiati pellami, destinati alla produzione di borse, borselli e quant’altro.

Insomma, secondo Swift tutta la società ne sarebbe stata avvantaggiata, con un misero impatto economico e morale se si considera che, come detto prima, a quei bambini abbandonati a se stessi non spettava nessun futuro se non una vita “breve” fatta di sofferenza, maltrattamenti e denutrizione.

Solo verso la fine del testo Swift ci svela il suo vero intento, quando chiama in causa i responsabili di tutto quel degrado in cui versava il popolo irlandese dell’epoca, e li sprona, qualora dovessero dissentire su un qualsiasi punto della sua proposta, a trovare una diversa soluzione a quell’enorme problema sociale.

Non mancarono aspre critiche nei confronti della sua “proposta”, fu additato come l’autore di una prosa di un simile “cattivo gusto”,  e rischiò di perderne addirittura il patrocinio. Ma per Swift un punto restava chiaro, la sua era solo una proposta provocatoria accompagnata da dati tecnici ineluttabili, ma il problema sociale alla sua base era pur sempre reale. E così rimetteva la palla ai piedi dei suoi contestatori costringendoli ad aprire gli occhi sulla situazione circostante.

Indicativo appare a mio avviso un estratto del finale di questo scritto.

“Io non ho bambini dai quali posso propormi di ricavare qualche soldo: il più piccolo ha nove anni, e mia moglie ha ormai passata l’età di averne ancora”.

Questo secondo me fu l’affondo finale di Swift: un problema non esiste fino a che non ci tocca da vicino.

Ci sono diverse influenze riguardo quest’opera nella nostra cultura. Per esempio il film del 1976 ‘Signore e signori, buonanotte‘, prodotto da un collettivo italiano “Cooperativa 15 maggio” tra cui spiccano registi come Benvenuti, Comencini, Monicelli, Scola; che ripropone l’intento satirico di Swift utillizzando il personaggio “Schmidt” che ritiene applicabile tale proposta alla città di Napoli. Nel 2012 venne citata nel programma televisivo ‘The show must go off’, dove il drammaturgo Ascanio Celestini propose di risolvere i problemi legati all’immigrazione e accoglienza degli stranieri cucinandoli.

E mentre continuo a immagazzinare dettagli trovati sul web segnandomeli sul mio quaderno, non posso fare a meno di spostare la mia attenzione sulla situazione dei nostri tempi. Dai bambini sfruttati nelle miniere in Africa, alle spose bambine, al traffico di esseri umani: solo nell’ottobre del 2018 è stata scoperta una vera e propria “fabbrica di bambini” in Nigeria, con tanto di listino con prezzi di vendita diversi tra maschi e femmine.

E nella nostra società civile? Dai fatti di cronaca sul traffico di bambini,  allo sfruttamento degli immigrati nei campi di pomodori. Alle pratiche di compravendita dei bambini più o meno legalizzate nei vari stati. Non è affatto difficile trovare queste informazioni, basta spostare un attimo quella tendina che abbiamo davanti agli occhi. Ma se vogliamo davvero provare a cambiare le cose, dobbiamo prima di tutto vedere e accettare che esista il problema. E cominciare a pensare, come ci insegna Jonathan Swift con la sua provocazione, che la cosa ci riguarda anche quando non ci riguarda direttamente.

Adesso spengo il pc e chiudo il mio quaderno, è molto vecchio, dei tempi della scuola, sulla copertina sdrucita ci sono le Twin Towers di New York. Lo osservo per un attimo, lì poggiato sul tavolo, mentre dalla finestra entra una brezza frizzante. L’aria cristallina rende visibili milioni di stelle e non si sente volare una mosca. Un pensiero va a Kiron lassù da qualche parte: chissà se riuscirà a vedere quanto questo mondo sia bello adesso che tutto è fermo. Forse anche lui, come noi, si sta chiedendo se con tutto questo tempo a disposizione, lontani dalla vita frenetica e piena di distrazioni, noi umani riusciremo a riflettere su noi stessi e su ciò che ci circonda.

“La satira è una sorta di specchio dove chi si guarda scopre la faccia di tutti tranne la propria” (Jonathan Swift).

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