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La geografia commossa di Franco Arminio, fra case di pietra e palline appiccicose

di Caterina Corucci

Oggi ho seguito il consiglio di Franco Arminio, mi sono messa in macchina alla ricerca di un paese piccolo e quando l’ho trovato sono andata oltre, fino a trovarne uno più piccolo ancora. Così sono arrivata a Santa Luce, fra le colline toscane che sono tonde, un po’ gialle e un po’ verdi. Nell’avvicinarmi a Santa Luce mi sono ricordata le parole che ha usato Arminio per descrivere un altro luogo e che qui calzano alla perfezione: a vederlo da lontano, con quel cerchio di case strette le une alle altre, il paese mi è sembrato una “chiocciola di pietra”.

Ho incontrato Arminio il primo febbraio, nello scenario suggestivo della biblioteca civica Agorà di Lucca che ha sede nel convento dei frati Serviti del 1300. Abbiamo parlato un po’ prima che iniziasse la Conversazione intorno al suo ultimo libro di poesie ‘L’infinito senza farci caso’, è un uomo professionale ma alla mano, calmo ma energico e ha gli occhi trasparenti. Tra le colonne del chiostro mi ha spiegato il suo modo di vedere i luoghi e di scriverne, il suo impegno politico e civile per riportare la gente nei paesi che si stanno spopolando. Abbiamo parlato di paesologia.

Riporto, dal Vocabolario Treccani on line: “Paesologia: L’arte dell’incontrare e raccontare i paesi e i luoghi, percepiti come centri di vita associata immersi nel territorio e nella storia e interpretati fuori da ogni rigido schema disciplinare”. Arminio è un paesologo. Più esattamente è l’inventore della paesologia, una disciplina nata per studiare i paesi, luoghi dove “se ne sono tutti andati, specie chi è rimasto“.

Lui la spiega così: «è una via di mezzo tra l’etnologia e la poesia. Non è una scienza umana, è una scienza arresa, utile a restare inermi, immaturi. La paesologia non è altro che il passare del mio corpo nel paesaggio e il passare del paesaggio nel mio corpo. È una disciplina fondata sulla terra e sulla carne. È semplicemente la scrittura che viene dopo aver bagnato il corpo nella luce di un luogo.»

Arminio fa questo: entra nei paesi e si ferma a parlare con la gente, osserva come cade l’ombra di quella casa nella piazza, passeggia nei cimiteri, fa la fila dal barbiere. E prende appunti, coglie la poesia che è nella gente che incontra ma anche nelle insegne dei negozi. Lo fa senza fretta, dando importanza ad ogni singolo passo poggiato per terra, come quando sceglie le parole per metterle sulla carta una dopo l’altra, in un modo che sta a metà fra la prosa e la poesia.

Nel suo cercare l’anima dei paesi porta la gente ad innamorarsene, anche se sono quasi disabitati, posti dove difficilmente le nuove generazioni potrebbero pensare di stabilirvisi. «I paesi per prima cosa bisogna guardarli, andare a trovarli con un moto di passione. Attraversarli e guardarli. Salvarli con gli occhi, prima di tutto». E poi smuovere i comuni e le comunità, creare occasioni di rinascita, senza dimenticare una cosa importante: i paesi non sono città mancate.

PER SALVARE I PAESI

I paesi si salvano con gli occhi.
Prima bisogna guardarli
come un uomo giovane
guarda una donna bellissima.
Poi viene il resto:
accogliere turisti, coltivare, allevare,
curare gli infermi,
educare i bambini al paesaggio.
I paesi non li possono salvare
quelli conficcati dentro
e neppure quelli che stanno lontani.
Ci vuole per salvare i paesi
un nuovo tipo di abitante:
qualcuno che viene e che va:
il litorale della distanza
il fiordo dell’intimità.

Arminio vive a Bisacce dove è nato nel 1960, è poeta, scrittore, regista e documentarista; ha vissuto l’Irpinia del terremoto e del dopo terremoto e ce l’ha restituita nel suo libro ‘Viaggio nel cratere’, ha parlato di quelli che sono rimasti e che si sono abituati a vivere dove la terra trema di continuo. Ha scritto poesie, pensieri in versi; e poi ‘Cartoline dai morti’, regalandoci schizzi apparentemente laconici di coloro che trapassano.

“Io vivevo ad Asti, ma quando tornavo al paese dicevo sempre che vivevo a Torino. Sono morto ad Asti”.

“Mi dispiace per te, ho detto a mia moglie che mi stringeva le mani. Nessuno quando stiamo bene ci stringe le mani in questo modo, nessuno”.

Ha scritto oltre una ventina di libri, alcuni hanno dei titoli che di per sé sono mondi: ‘Geografia commossa dell’Italia interna’, ‘Cedi la strada agli alberi’, tanto per dirne un paio.

Terracarne’ ha dei passi che mi hanno indicato il modo giusto di percepire, oggi, Santa Luce: “nei due bar in cui sono entrato c’erano le foto della festa degli anziani fatta qualche mese fa. In questo paese la vecchiaia è una cosa che nessuno aborrisce, una cosa accettata con clemenza”.

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A Lucca, Arminio doveva presentare la sua ultima raccolta di poesie, ma l’incontro è stato molto di più. Il tutto si è svolto nella sala che secoli fa è stata il refettorio del convento, dove è davvero facile immaginarsi lunghi tavoli di legno scuro e tonache svolazzanti; in prima fila il sindaco, l’assessore, i giornalisti, poi una grande folla di persone, molte in piedi. Ha cominciato leggendo alcuni suoi versi e dopo ci ha proposto di leggere testi nei nostri dialetti, così abbiamo ascoltato poesie in veneto, napoletano, toscano, siciliano. Poi qualcuno ha letto cose proprie, qualcun’altro ha recitato Dante, un uomo con un bel tono di voce  ha cantato e alla fine, non so com’è che cantavamo tutti. Poi, fra una battuta e l’altra (ho scoperto che Franco Arminio è anche spiritoso), ci ha invitato a diffondere la poesia quasi come fosse una religione. Ha consigliato di impararne a mente almeno una per recitarla al benzinaio mente ci fa il pieno, o al vecchietto seduto sulla panchina; oppure di aprire il consiglio dei docenti o la riunione di condominio leggendone un’altra. Ci ha invitato a considerare che le persone si possono riconnettere per un tempo più o meno breve attraverso una comunanza di intenti. Momenti in cui si costruiscono quelle che lui chiama «intimità provvisorie».

In effetti quel giorno all’Agorà siamo stati questo: un assembramento di umanità estranee, all’opera su uno stesso progetto che un attimo prima non ci saremmo mai sognati di abbracciare, e che in quel frangente ci ha resto intimi. Il collante è stata la poesia, ma affinché un evento diventi un’esperienza ci vuole un ottimo direttore d’orchestra.

Sono venuta a Santa Luce per trovare lo stesso tipo di comunanza, per vedere se è vero che basta partire e sintonizzarsi e sì, mi sa che funziona. Le persone mi salutavano anche se non le conoscevo, una donna che lavorava a maglia nel bar della piazzetta aveva i capelli lenti ma le mani veloci, e poi le strade… erano così strette che allargando le braccia potevo toccare una casa e anche quella di fronte, eppure quelle mura così chiare non mi opprimevano. Una signora anziana mi ha domandato se stessi andando a fare una passeggiata, ci siamo messe a parlare.

Le ho chiesto quanti abitanti ci fossero nel paese «seicento» mi ha detto, «quelli che stavano qui accanto son morti da poco». Mi sono ritrovata a casa sua a parlare di api e di miele. Si chiama Maria Pia, ha novant’anni e sua figlia vuole portarla in città, ma lei vuole restare lì, dove ci sono le sue api e dove si sente il rumore del fiume giù in basso. Mi ha fatto vedere che i ragazzi del paese (uomini sulla cinquantina) oggi hanno portato su per la salita uno strano forno mobile con tanto di ruote, lo hanno piazzato fuori dalla finestra di una casa e stasera faranno le pizze per tutti.

Le colline si stavano riempiendo di ombre, quando sono tornata al campino da calcio dove avevo parcheggiato.
Sono salita in macchina e ho tolto dalla tasca un piccolo vasetto di vetro pieno di palline gialle e arancioni. È polline, me lo ha regalato Maria Pia, lei ne mangia un cucchiaino ogni mattina, dice che fa bene e a vederla non ci sono dubbi. Quando l’ho aperto mi è sembrato di essere in mezzo al fieno, in estate. Mi sono messa in bocca alcune palline: sono un po’ appiccicose, sanno di erba e di camomilla. E sono rimasta un po’ così, con il sapore della campagna sulla lingua a guardare dal finestrino le case di pietra, senza alcuna voglia di ripartire.

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