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Così si raccontano i campioni

Agassi, Totti, Kobe Bryant, Ronaldo. La letteratura sportiva in Italia è fatta soprattutto di biografie e autobiografie. Poca fantasia, ancor meno creatività, ma grandi personaggi. Quelli che emozionano, che hanno fatto o fanno ancora sognare i lettori allo stadio, in un’Arena, davanti alla tv. C’è poco coraggio negli autori e nelle case editrici nell’andare oltre il compitino. Oltre il racconto del campione, raccolto on line dal collage di turno o nelle dichiarazioni, magari affidate (meglio, di solito) a un giornalista che l’ha più o meno (troppo spesso meno) seguito da vicino durante la gloriosa carriera. Il lettore ha il desiderio di conoscere qualcosa d’inedito, il campione dietro la figurina. Oltre la facciata pubblica. Il campione, a fine carriera, vuole raccontarsi (o raggranellare un ultimo gruzzolo di soldi, finché è in tempo…) oltre i gol, i canestri, gli smash. L’utente è spesso già un cliché che funziona da garanzia di successo del prodotto: il tifoso della squadra di quel campione, oppure del giocatore stesso, se lo sport è individuale. Poi c’è il pubblico “trasversale”, di chi ama le leggende del suo sport preferito. Comunque. O magari di chi non vede l’ora di trarre qualche spunto di critica dalla lettura, dall’approfondimento, di cui poi sparlare con gli amici… “te l’avevo detto, lo sapevo. Quello lì per fortuna non ha giocato per noi, ma hai letto cos’ha fatto?”.La lettura sportiva non avrà, nella media, una grossa fantasia, come storie o prospettive originali. Ma è dannatamente reale, rispetto alla narrativa non settoriale. La scrittura s’incrocia con la cronaca, volente o nolente. Difficile, anzi impossibile raccontare un grande campione senza farci riferimento. Le “licenze” verosimili si scontrano con le ricerche su Google. Implacabili. Allo scrittore tocca adattarsi al recinto della realtà, che scalpiti o meno, sulle palizzate di confine. Le licenze di fantasia sono limitate al gossip, semmai. Al “non detto”, al verosimile piuttosto che al vero. Ma c’è un limite, comunque. Niente storie di vampiri, niente personaggi di fantasia, niente lieto fine arbitrario o una Serie a episodi da (far) accumulare a chi legge. L’interfaccia sono i numeri, i gol, i trofei. Le grandi vittorie, le cocenti delusioni.In Italia spesso si scopiazza dall’estero: Open di Agassi arriva anni dopo l’edizione in inglese, i libri sull’Nba vengono tradotti con grande calma e accolti con grande entusiasmo, come se gli autori fossero sacerdoti del verbo, invece che cronisti. Più o meno informati e illuminati. Più o meno brillanti nel racconto, che tanto poi la traduzione strappa via l’anima al testo originale. Spesso, anche se malvolentieri. Ci restano i Del Piero, i Totti, raccontati (più o meno bene), ma in tutte le salse. Dipende dal “cuoco” scrittore, da come dispensa gli ingredienti, ma la ricetta è la solita.  Case editrici che vogliono andare sul sicuro. Autori che s’improvvisano bardi di storie narrate da altri, ma ricostruite in un mosaico di emozioni differite. Nel tempo e nelle fonti indirette. Ma che funzionano comunque. Finché ci saranno gol, canestri e smash vincenti.

 

Riccardo Pratesi

Twitter: @rprat75

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