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ep. 16 L’unica certezza

Introduzione di Ivan Nannini

I ragazzi sono fragili. Sono strani, testardi, incoscienti. sono quelli del “chi se ne frega”, quelli del “lasciami in pace”, dell’indifferenza e dei lunghi silenzi. Sono quelli che conosciamo appena. Quelli che eravamo anche noi ma ce ne siamo scordati. Nicolino, Greg, il gruppo scapestrato del paese. Li abbiamo conosciuti negli episodi precedenti. Abbiamo osservato i loro comportamenti, le loro ansie, le loro paure, i loro atti vandalici. Adesso è il turno di Camilla, la ragazzina muta del paese. Siete pronti ad ascoltare il silenzio delle sue parole e il baccano dei suoi pensieri?

Buona lettura con il sedicesimo episodio della serie, rappresentato in copertina da un disegno di Elena Liverani.

EPISODIO SEDICI: L’UNICA CERTEZZA

di Caterina Corucci

(Camilla)

Oggi è venuto a casa nostra l’ispettore di polizia insieme al capo della collettività, Gerardo. Era l’ora che si muovessero, che le quarantotto ore per poter aprire le indagini sono passate da un pezzo. L’ispettore voleva sapere se secondo me mamma si è allontanata di sua volontà, se poteva avere un motivo. Io ho risposto, cioè ho scritto sul blocco notes, di no. Invece un’idea ce l’avrei, secondo me è per colpa mia. Forse s’è rotta le palle di curare le rane ferite, di quella teoria del nuovo strizzacervelli che se le salviamo mi ci affeziono, così supero lo shock, così ricomincio a parlare. Che poi neanche ci sono le rane, cosa cavolo bisogna curare? Eppure poveraccia, come le cerca dopo ogni pioggia! Si porta dietro Orange e va, per le strade che si allontanano dal centro e che non portano a niente. E io? Nulla, che stronza, nemmeno una sillaba ho tirato fuori. Ma se torna ci provo sul serio, giuro. Tanto anche se si scopre che io le rane non le vedo, a questo punto chi se ne frega, basta che mamma torni.
È vero che non la sopportavo più, sempre a preoccuparsi di tutto; è vero anche che muta e senza mamma, a scuola sono diventata un caso umano e potrei tirarne fuori dei vantaggi, il fatto è che io con papà da sola non ci voglio stare.

Non ci calcoliamo proprio, io e lui. È sempre stato così, non ricordo che mi abbia mai fatto giocare, che mi abbia mai fatto ridere. Che poi ora mi fa pena pure lui, con una figlia che non parla e una moglie che prima si è rincoglionita per curarla e poi è sparita.
Comunque ci giurerei, papà spera che la ritrovino solo perché sennò in macelleria è un casino. Come coppia fanno schifo, non li ho mai beccati darsi nemmeno un bacio, non li ho mai visti abbracciati. Però quel giapponese, o cinese, insomma quel tizio con gli occhi a mandorla, con quello come ci stava abbracciata! Quando trovai quella foto scattata chissà dove, davanti a un tempio forse buddista, con mamma giovanissima che pare una ragazzina, mi fece così strano che la mostrai a Nello. “È normale che abbia avuto una vita prima di essere una mamma – mi disse -,  una vita che non ti riguarda o che forse ti riguarda più di quanto pensi”. Chissà cosa voleva dire.
Con Nello ogni tanto mi viene da parlarci, insomma, qualche parola mi esce perché lui sa come mi sento: anche sua moglie non vedeva le rane.

Sono seduta per terra, con la schiena al muro in camera mia, Orange è sdraiato accanto a me e ha appoggiato il suo muso triste sulle mie gambe; sento tutto quello che si dicono di là in cucina, oltre questa parete.

L’ispettore ha chiesto a papà se ultimamente mamma ha litigato con lui o con qualcun altro, se sono successe cose strane. Una cosa è successa, ha detto lui: il giorno prima che sparisse l’ha vista parlare fuori dalla macelleria con la vecchia strega, quella matta che urla sempre “pentitevi tutti” e cose così. Gerardo invece voleva sapere se mamma prende le pasticche regolarmente e papà ha risposto di sì, che quando mamma le compra ne mette metà in un flacone per lui e metà in un flacone per lei, e ognuno se le tiene sul comodino.

L’ispettore ora chiede se può dare un’occhiata in giro e papà dice che non c’è problema, basta che faccia presto, deve andare ad aprire la macelleria ma prima bisogna che passi da Juri. Siccome non lavora più dalla signora Renata, gli proporrà di venire in bottega per scaricare la merce e sistemarla nella cella frigo, che poi basta qualche ora la mattina mentre lui prepara i pronto-cuoci che faceva mamma. Almeno finché non torna lei, se torna.

L’ispettore e Gerardo hanno aperto cassetti, spostato cose. Papà ha detto “attenti, non fate scappare le rane”. Che cazzata. Ora se ne stanno andando; papà mi urla che esce pure lui.
Mi alzo, vado alla finestra e aspetto di vederli uscire sulla strada. Orange mi segue, da quando mamma è sparita mi sta sempre attaccato.

Eccoli, restano un po’ a parlare lì fuori. Mio padre non è grasso ma ha la faccia da grasso, con quella bocca larga che sembra voglia mangiarsi il mondo, meno male non gli somiglio. L’ispettore è un bell’uomo, ha anche una bella voce. Gerardo è il più alto, con le spalle a scivolo che ciottolano nella giacca enorme, da qui si vede che sta cominciando a perdere i capelli. Si salutano con un cenno della testa e si allontanano prendendo direzioni diverse.

Vado in camera dei miei, l’ispettore e Gerardo hanno fatto un po’ di casino: i cassetti sono mezzi aperti e alcune cose sono un po’ dentro e un po’ fuori; il grembiule amaranto di mamma, lavato e stirato, che era piegato sulla sedia pronto per essere portato in negozio, adesso è un cencio appallottolato. Lo prendo e lo liscio con le mani, poi lo ripiego come fa lei, con i nastri annodati sul davanti.
Mi avvicino al comodino di mio padre, prendo il flacone di pasticche e lo apro: è quasi vuoto. Poi giro intorno al letto e mi siedo dalla parte di mamma. Apro il suo flacone di pasticche, mi aspettavo fosse mezzo vuoto pure questo invece è praticamente pieno. Ne prendo una e l’annuso, non ha odore; chissà se sono pasticche di quelle che se le prendi tutte insieme muori, come si vede nei film: tutte nel palmo della mano e poi giù per la gola, con un bel bicchierone d’acqua. Annuso di nuovo, nessun odore. La rimetto nel flacone.

Sul comodino ci sono anche tre libri, Garcia Marquez, Harry Potter, Neruda. Mi fosse mai importato un cavolo di cosa leggeva. Se ci penso, io non l’ho mai considerata una donna, nel senso… è solo una mamma, solo una mamma rompicoglioni. Invece ha avuto un uomo che io non conosco, le piace leggere, forse le manca il suo vecchio lavoro in biblioteca e forse ha già qualche capello bianco, non ci ho fatto caso. Probabilmente le piaceva viaggiare, che quel posto nella foto non è davvero dietro l’angolo, eppure adesso non ci muoviamo mai. Forse se è voluta sparire non è solo colpa mia. Ma no, non posso credere che abbia deciso di allontanarsi da me, senza lasciarmi neanche un biglietto. Forse è in pericolo.

Mi sdraio al suo posto, la mia testa sprofonda nel cuscino morbidissimo e vorrei sprofondare tutta, risucchiata dal materasso e  poi sparire.

Sento una fitta che va da una tempia all’altra, stringo gli occhi, so cosa sta per succedere. Orange ulula, come fa quando sente arrivare una tempesta di rane. Torno alla finestra e vedo Nicolino e suo padre che corrono, il sax appeso al collo dell’uomo che sbatacchia a destra e sinistra; una signora si ripara la testa con la borsa, una macchina sbanda e poi si ferma in mezzo alla via. Che poi, loro le vedono veramente… Eppure, deve esserci qualcun altro come me, qualcuno che non si è bevuto il cervello. Se ho una certezza, è questa.
Orange mi lecca la mano, carezzo il suo testone biondo. Dall’altra parte della strada, sul marciapiede di fronte a casa nostra c’è una figura immobile, la vecchia strega. Ha i capelli scarmigliati e le gambe secche e storte ed è come se non facesse parte dello scenario, sembra disegnata e appoggiata lì, per conto suo. Ha una strana espressione, no, ha una strana mancanza di espressione negli occhi e guarda da questa parte.
Anzi, sta guardando me.

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