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ep.13 Via da questo posto

Introduzione di Ivan Nannini

Il Signore castiga chi ama (Sacra Bibbia cap.12, v.6)

Nell’episodio precedente Nello era combattuto. E se le piogge di rane fossero tutta un’invenzione? E se dal cielo piovesse solo acqua sotto forma di gocce? Assurdo vero? Ad FN314 lo è di sicuro. La maggior parte della gente qui in paese non solo le osserva cadere e schiantarsi a terra (quelle maledette), ma ha anche a che fare con le conseguenze materiali e psicologiche di questo brutto affare. E pensare che,  tornando indietro di una decina d’anni, se qualcuno avesse solo parlato di pioggie di rane sarebbe stato preso sicuramente per pazzo. Eh si, la ruota gira e adesso i pazzi sono gli altri… Forse la realtà è solo un insieme di visioni soggettive? O esiste solo la nostra personale visione che chiamiamo realtà? Comunque sia, che le tempeste di rane esistano o meno non importa, sono comunque in grado di influenzare la vita e le abitudini degli abitanti di questo paese. Ma torniamo a noi e spostiamo l’attenzione su Nina che adesso è il suo turno. Voi mettetevi comodi, sta per raccontarci la sua storia.

Buona lettura con il tredicesimo episodio della serie, rappresentato in copertina da un disegno di Elena Liverani.

EPISODIO TREDICI: VIA DA QUESTO POSTO

di Tommaso Aramaico

(Nina)

Camminare su questa via a testa bassa e con la schiena schiacciata contro le mura dei palazzi non fa di me una pazza. Tenere ben stretta la vestaglia sul pigiama a scacchi e muovermi veloce nei miei scarponi da trekking, non fa di me una che ha totalmente perso la testa. Sono lucida e allucinata al tempo stesso. Le due cose possono stare insieme, lo so per esperienza. Riconosco tutti i volti, le vetrine, i civici di questo sputo di paese. Quando prendo le mie gocce, e, sia chiaro, dovrei prenderle ogni giorno, allora sì che sono una donna serena, la Nina che tutti conoscono. Non lo sono oggi, però, non da qualche giorno, a dirla tutta. Ho il fiatone, qui, adesso, ferma davanti alla macelleria, con gli occhi fissi su tutta questa carne che a malapena riesco a guardare da che è iniziata questa storia della pioggia di rane. Vivevo ancora a Seattle quando una di quelle maledette bestiacce si è schiantata proprio davanti a me, aprendosi e mostrandomi la carne viva e pulsante. Morta era, eppure tutta nervi tesi e zampe tremanti, ancora avvinta all’angoscia della caduta e dell’imminente impatto. Non so se possa provare angoscia una rana che cade dal cielo. Possibile che non muoia già nel bel mezzo della caduta, prima dello schianto? Non lo so, però so bene quello che è accaduto a me. Il latte, il pane imburrato, avevo cacciato fuori tutto, direttamente per strada. Tutto avevo vomitato, ma non quell’impressione che, invece, si era impressa nella mia mente. Da lì non sono più riuscita a tirarla fuori. Solo le medicine la offuscano, quella scena che, però, è sempre lì. Posso vederla in filigrana, mentre si muove fra i miei pensieri, agitandoli. Jeff era con me, quella mattina. Soffiava nel suo strumento e senza accorgersi che io già allora non ero più la stessa, rideva e indicava i miei sandali lordi di brandelli di carne. Da allora sono iniziati gli incubi. Sognavo di vomitare rane o di averne il ventre pregno. Mi svegliavo urlando. Non eravamo ancora qui, allora.

Sono due giorni che non ci rivolgiamo la parola, io e Jeff. Cosa è successo? Batto le palpebre, persa in un tic da bambola difettosa. Fisso la vetrina lucida della macelleria, cercando di ricordare qualcosa. Nel pensiero lo vedo allontanarsi dandomi le spalle, con quello stupido sassofono che gli dondola al collo. Il suo enorme ciuccio d’ottone. Ricordo che aveva tentato di tenermi buona con i suoi baby e listen to me e tutte quelle stronzate che mi sto sorbendo da troppo tempo. Qui però finisce tutto, c’è un vuoto, un buio in cui proprio non riesco a distinguere nulla. Gli ho sventolato in faccia l’estratto conto con i bonifici dei miei genitori? No, non l’ho fatto. L’ho solo pensato. Sono anni che sogno questa scena. O forse gli ho urlato contro di smetterla una volta e per tutte con quel giocattolo e che se fosse dovuto diventare qualcuno, allora lo sarebbe già diventato e che no, probabilmente non aveva quel talento che credeva di avere e in cui io, da anni, fingo di credere. Gli ho detto che dovrebbe pensare veramente a trovarsi un lavoro e che nostro figlio non ha bisogno di uno che lo sveglia suonando il sassofono, ma di un padre vero, con le palle? Gli ho chiesto di scegliere? Sono diventata così pazza da dare voce a quanto ho a lungo sognato nelle mie notti insonni, nascosta sotto le coperte mentre le rane picchiavano violente contro la facciata piena di crepe della nostra casa? No, non l’ho fatto. Non è lui il problema, non più, sono io il problema.

Sono stufa di questa vetrina che affaccia su polli decapitati e arcobaleni di salsicce. Riprendo a muovermi e, con lo stomaco che è tutto un crampo, ripenso a come era diventato ampio il mio mondo, mentre ormai, da troppo tempo, si è inesorabilmente rimpicciolito, ridotto a questo posto indegno persino di un vero nome. Perché siamo finiti qui? Quando lo abbiamo deciso? Da quando siamo finiti qui io non ho più nulla da ricordare, perché il nulla non può essere pensato, ricordato o raccontato. Me ne stavo stesa sul letto, al principio, bevevo, quello sì, e mi imbottivo di sogni incoffessabili e poi, d’un tratto, mi sono ritrovata con le nausee e il ventre che si dilatava, coltivando il terrore di mettere al mondo rane. Vedere Nicolino, dopo il parto, non mi ha resa felice, mi ha liberata da un incubo. Jeff ha suonato fino a farsi esplodere i polmoni quando gli ho detto che aspettavo un bambino. Ha abbracciato il suo sassofono, non me; e posato le sue labbra sul suo strumento, non sulla mia bocca. Ha riso e applaudito al suo spettacolino, ma da quel pomeriggio io non ero più una donna, per lui, e lui, per me, non era più un uomo. Perché?

La verità è che a un certo punto ho dovuto iniziare, per andare avanti, a riempirmi di farmaci. È così che certi strani pensieri che avevano iniziato a perseguitarmi, finivano nello scantinato, coperti di ragnatele e polvere, abitati da insetti e parassiti d’ogni genere, colonizzati da forme di vita inferiori, certo, ma pur sempre vive e, si sa, la vita cresce, monta, si moltiplica, vuole se stessa. E così, ciclicamente, da quel fondo, qualcosa bussa, pretendendo di venire alla luce. Come l’ossigeno mi servono queste medicine, ma capita che qualcosa scatti. Perché ho smesso di prenderle, questa volta? Non lo so. Mi sono chiusa in bagno e ho buttato tutto e così, dopo un giorno, ha ripreso a montare quella frenesia antica, quella stessa che da ragazza mi aveva fatto perdere un anno di liceo per correre dietro a ragazzi che no no, non avrei proprio dovuto frequentare; quella stessa frenesia che poi mi aveva fatta schizzare via dalla casa dei miei genitori e girovagare fino a incontrare Jeff e poi, con lui, a tornare indietro, qui, maledetta me. Non è la prima volta che accade, questa cosa. Mi  tengono buona, le medicine. Certe grosse pillole avevo iniziato a prenderle già a Seattle. Non si andava tanto per il sottile, in quel periodo. Si prescriveva di tutto a tutti, perché la gente, io compresa, stava dando di matto con quella storia delle rane che piovevano dal cielo. Funzionavano, le pillole, certo, nel senso che non correvo più intorno al tavolo come posseduta e non chiudevo tutte le finestre gettando la casa nelle tenebre. Piano piano mettevo nuovamente piede fuori casa, eppure i conti continuavano a non tornare. Eravamo fuggiti da Seattle per franare qui dove le cose, in realtà, non potevano che peggiorare. Non ci eravamo trasferiti nemmeno da un anno, che mi ero cacciata in un casino che mi aveva fatto incappare in una dottoressa che mi aveva prescritto queste gocce di cui ormai non posso più fare a meno. Viene da ridere a me, adesso, mentre i miei piedi vanno dritti verso il confine di questo sputo di paese e più vado avanti, più la frenesia monta. Apeirofobica, fra le altre cose, aveva sentenziato. Ghignava vedendomi battere le palpebre e rosicchiarmi le unghie. A stento si tratteneva, mentre tirava fuori tutta una serie di paroloni o borbottava i suoi già, già, quando le dicevo dell’orrore che, d’un tratto, avevano iniziato a farmi quei numeri pazzeschi con cui un tempo lavoravo, o della vertigine che mi procurava quel cielo che prima faceva da banco per i miei progetti e calcoli. Sorrideva mentre mi prescriveva le gocce con cui lentamente riuscivo nuovamente a uscire di casa e prendere un treno. Ma la paura no, quella non la toglievano, semplicemente la facevano sembrare non mia, ma di qualcun altro. La verità è che siamo finiti qui perché avevo bisogno, per poter esistere, di qualcosa di chiuso, di contenuto, di estremamente limitato. Il problema è che l’altra Nina, quella piena di voglie, esiste ancora e adesso ha preso il sopravvento.

Lo so che Jeff mi sta seguendo e che è pieno di angoscia mentre mi vede camminare e far esplodere col carrarmato dei miei scarponi quei corpi rari di rane ancora sul marciapiedi. Lo vedo, riflesso nella vetrina del barbiere. Si morde le unghie, mentre mi segue, malcelato dietro il tronco di un albero. Farebbe bene ad andare a cercarsi un vero lavoro invece di seguirmi e limitarsi a vivere dei soldi che gli versano i vecchi genitori dal ventre dilatato e paonazzi di cibo spazzatura. Qui uno schifo di lavoro lo trovano tutti. Non c’è più Nina la comprensiva, Nina la brava mamma. No, Nina ha buttato via tutto. Eccomi, sono qui, finalmente, prossima ad un confine che è e non è. Benché invisibile, esiste, e non delimita solo questo sputo di paese, ma è qui, in me, come limite estremo che mi porto dentro.

Jeff mi segue. Lo fa perché già un’altra volta ho imboccato questa viuzza che porta via di qui; lo fa perché la trappola è già scattata una volta. Non era ancora passato un anno da che ci eravamo trasferiti. E già non c’era più passato, né futuro. Anche quella volta avevo smesso di prendere le medicine e poi camminato fin qui senza dire nulla a nessuno. Non sapevo, allora, che appena avrei messo piede fuori da questo posto, mi sarei come pietrificata. Un giorno intero immobile, così ero rimasta. Mi ero perfino pisciata sotto. Con la schiena contro una saracinesca e gli occhi sgranati, ero incapace di andare avanti e di tornare indietro. Non mi servivano le porcherie chimiche che buttavo giù da ragazza per vedere le cose deformarsi, perché ero io che mi deformavo e liquefacevo. Non so come avesse fatto a trovarmi, ma alla fine Jeff era arrivato e mi aveva caricata di peso sulle spalle e quella era stata l’unica volta che aveva maltrattato il suo strumento per soccorrere me. Sbatacchiava, quel sassofono che già allora odiavo, mentre io ero fra le sue braccia, pesante del peso del corpo di un morto o di un vecchio senza più forze. Tutti in questo posto di cui non ricordo nemmeno più il nome, ci fissavano, ma Jeff guardava dritto davanti a sé e io lui mentre lentamente ritornavo in me e riprendevo forma e consistenza e mi dicevo che non lo avrei più fatto, che non mi sarei più avvicinata al confine di questo paese e che non avrei più vuotato le mie boccette. Dopo un ricovero di due giorni ero di nuovo a casa, dove mi ero sciolta in un lunghissimo bagno, cercando di respirare lentamente. Le note del sassofono di Jeff come pietre bucavano la superficie calda, odorosa e schiumosa dell’acqua cozzando contro le mie orecchie, mentre io mi immergevo completamente per sparire, tentando una nuova fuga senza andar veramente via. Era stato lui a tirarmi fuori da quella vasca e dall’acqua che intanto era diventata fredda. Mi guardava in modo nuovo, strano. Pensavo fosse per la mia fuga, per il ricovero o per una sfiducia tutta nuova, e invece la verità era arrivata dallo specchio che mi restituiva tutta la mia stanchezza, un volto tirato e una lunga ciocca di capelli bianchi, da strega, che dalla tempia destra scendeva giù fino alla spalla. Da quel giorno ho iniziato a tingere i capelli, per non vederla, e ogni giorno mi riprometto – Non lo farò più. E invece eccomi qui, in piena frenesia, con il piede pronto a varcare il confine, la ricrescita che pulsa contro la tempia lucida di sudore, e Jeff che mi spia. Perché lo faccio? Perché io lo odio, questo posto.

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