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ep.9 Le rose di Na’in

Introduzione di Ivan Nannini

FN314 è uno sputo di paese, questo lo sapete già. Una sorta di villaggio dove la vita scorre lenta e senza grossi scossoni.  O almeno così sembra se escludiamo le piogge di rane e i danni che ne derivano. Non ci sono molti visitatori esterni,  se non qualche turista di passaggio in cerca di luoghi sperduti o qualche fornitore di materie prime. Tutti gli abitanti bene o male si conoscono, alcuni solo di vista, altri un po’ di più. Le facce sono sempre le stesse e tutti  in fin dei conti hanno bisogno di compagnia anche se non lo danno a vedere. Pure Renata ogni tanto vuole parlare con qualcuno. Certo dopo poco non vede l’ora di tornare a casa, nella sua reggia per meglio dire, dove tutto è immobile e immacolato. Dove ritrova la pace in mezzo alle sue cose.  Sono rare le volte che fa entrare degli estranei in casa sua, e solo se è costretta. Quindi fate piano, entrate con lei, guardate con i suoi occhi ma non fatevene accorgere, non lo sopporterebbe.

Buona lettura con il nono episodio della serie, rappresentato in copertina da un disegno di Elena Liverani.

EPISODIO NOVE: LE ROSE DI NA’IN

di Marco Morselli

(Renata)

Non c’è molto da fare in questo posto. Ogni pomeriggio mi ritrovo a fare le solite cose, vedere le stesse facce. Uno fa per prendere un po’ d’aria, scambiare quattro chiacchiere. La stessa gente, che ti racconta le stesse cose. I pettegolezzi sulla figlia del macellaio, gli americani, lo svitato che va in giro a raccattare le rane, quel giovanotto che chissà che diavolo si fuma.

“Cara, è stato tanto bello parlare con te, ma adesso devo tornare a casa a dar da mangiare ai pesci.”

“Renata, non sapevo che avessi dei pesci?”

“Oh sapessi, me li ha regalati…”

“Chi? Da quanto li hai?”

“Sono un regalo del mio povero marito.”

“Ma quanto tempo hanno? I pesci vivono così a lungo?” Che voce goffa che ha questa donna.

Detesto quando le persone mi fanno le domande a bruciapelo. Soprattutto quando si mostrano così invadenti. Cosa te ne importerà di quanto vivono i pesci? Preoccupati di come ti cade male quel vestito, sei così seccaticcia, con quelle gambe lunghe che sembrano dei paletti conficcati nel tronco. Ah se la grazia del Signore ti avesse sfiorato almeno per sbaglio, cara mia.

“Si riproducono tesoro, sai? I pesci, come tutte le creature su questo mondo si riproducono. Sapessi quante uova mi fanno! Ma ne posso lasciare solo due o tre, che altrimenti non mi basterebbe un lago per tenerli tutti. Me ne avanzano sempre a centinaia, però. Sai cosa ci faccio?”

“Cosa?” Guardala, sembra una bambina dell’asilo, con gli occhi sgranati e la bocca aperta come un nasello. E chiudi quella bocca che ti ci entrano le mosche!

“Li metto a mollo nel nero di seppia, e ci faccio il caviale!”

“Oddio…”

“Non fare quella faccia schifata, cara, sapessi, viene una meraviglia. In fondo sempre uova di pesce sono. Mi ricordano tanto il mio Pietrino. Ne mangiavamo tanto di caviale noi, ci arrivava direttamente dalla Persia. Ricordi che Pietro aveva una società laggiù? Ci abbiamo anche fatto il viaggio di nozze.”

“Sì Renata, me lo racconti sempre. Avevate comprato lì quel famoso tappeto persiano di cui parli spesso ma che non ho ancora visto?” Acida come quel nasino aguzzo e tronfio.

“Eh già, il tappeto persiano. Adesso devo andare!”

“Renata, ho detto qualcosa…?!”

“I pesci, cara, i pesci!”

Io non so mai come liberarmi di quella donna. Per carità, fa tanta compagnia, è sola come un cane e si attacca a tutti. Ma dopo un po’ è una cosa che non si sopporta. Solo perché non c’è più la Signora Pallari. Lei sì, lei era una tanto cara donna. A differenza del marito, un maleducato che non lo raccomanderei a nessuno. Quando lo incontro, proverei anche a salutarlo, per educazione e per rispetto verso il ricordo della moglie, ma non appena lo guardo quello mette un ghigno in mezzo alle rughe che mi fa passare la voglia anche solo di sorridere. Neanche fossi una sconosciuta che passa di qui per caso. E poi, qui, per caso, chi ci passerebbe? Non si vede un forestiero da non so quanto tempo. Potrei dire da almeno una decina di piogge di rane, o forse di più.

Che pace però camminare per strada a quest’ora. In giro non c’è nessuno. Nessuno che ti guarda, nessuno che si fa i fatti tuoi. Così dovrebbe essere questo paese. Ognuno che si fa i fatti suoi.

La mia casa da fuori è davvero incantevole. Il giardino è pulito. Senza rane. Perfetto. Quasi perfetto, ci sono un paio di foglie rinsecchite. Meglio toglierle subito di lì. Chissà poi cosa si direbbe in giro. “Ci sono le foglie secche nel giardino della signora Renata!” No. Sistemiamo subito prima che arrivi qualcuno. Ecco qui, ora mi sembra tutto a posto. A parte la schiena. Quella scricchiola sempre di più. Siamo anziani Renatina, siamo anziani. Scricchiola come la porta di casa che mi sbatto alle spalle. Con queste nuove lampadine bianche il soggiorno mi sembra più luminoso. È tutto come l’ho lasciato. Esattamente come era e come deve essere. Tranne l’acquario con i pesci. I pesci. Quella donna è proprio cretina. Eppure ci è anche venuta a prendere il tè da me qualche volta. Dove li avrà mai visti i pesci. Sciocca.

 Mi devo sedere un attimo, quelle panchine sono troppo dure, le avrà progettate qualcuno che sta sempre in piedi o che ci vuole punire tutti quanti perché non si sa. I miei cuscini invece sono così soffici e i braccioli della poltrona così caldi mentre ci passo sopra le mani. Posso sentire la superficie che mi spazzola i polpastrelli gonfi. Sarà la pressione? Me la dovrò misurare. E com’è liscio il mio pavimento in cotto rosa antico. Il rumore che fanno i tacchi mi ricorda un ballo che si faceva ai tempi dei tempi. Mi pare di averlo visto in qualche vecchio film, un film già vecchio quando ero piccolina io. Era tutto un tac tac. A Pietro piacevano quei film. Ogni volta che ne guardava uno si metteva a saltare per la stanza, sbattendo i tacchi. Non era il suo talento, decisamente.

È un pavimento molto grande. Solo ora mi rendo conto di quanto sia enorme questa stanza. Vuota. Due poltrone, due divani, un bellissimo tavolo da caffè con la superfice massiccia in acacia. Lo comprammo a Londra, ci dissero che veniva direttamente dalle Indie. Una credenza colma di cineserie appoggiata alla parete. Un’enorme libreria sul lato, il caminetto dalla parte opposta. Mi piaceva il caminetto, ma senza Pietro, non è cosa da donne accenderlo. Una volta c’era il tappeto. Dava un senso alla stanza con tutti i suoi colori e i suoi disegni. E se lo portassi di nuovo qui? Quanti ricordi si sono intrecciati in quelle trame. Ma era talmente bello. Con quelle rose tracciate in mezzo a quelle magnifiche figure. Ma se lo rimetto al suo posto poi lo dovrò calpestare. Se qualcuno dovesse entrare qui, ci camminerebbe sopra con le sue scarpe lerce. Che fare? Comunque era bello davvero. Lo porto qui, via, nessuno dovrà camminarci sopra però. Lo pulirò due volte al giorno. Sarà bellissimo passarci l’aspirapolvere e poi tutti i prodotti che usavo un tempo. Mio dio che buon profumo avrà!

Ah, ci pesa il culo Renata. Oh, se qualcuno mi sentisse mentre dico culo. Una vecchia signora borghese che parla così. Che figura! Chissà che tanfo avrà preso nello stanzino. Non lo apro quasi mai. Ci faccio entrare solo quelli che devono venirmi a fare un po’ di lavoretti. Attrezzi vari, uno scaleo. Roba del genere. Non so nemmeno perché l’ho messo lì. Un oggetto così prezioso, fatto interamente a mano. Ma successe tutto così di fretta. Pietro, l’ambulanza, la pioggia di rane, tutta quella gente in casa che entrava e usciva. E così sei finito lì, mio prezioso ricordo di vita. E non ti ho più spostato. Non ti ho più nemmeno cercato. Con il cuore in gola, ti vorrei anche chiedere scusa. E se tu pesassi di meno lo farei anche più volentieri.

Scricchiolano le ginocchia. Dobbiamo prendere le pasticche Renata, gli integratori soprattutto. Ma prima dobbiamo sistemare il tappeto. Prima vanno spostati i mobili. Ecco, cosa deve fare una signora anziana con le sue braccia avvizzite e i muscoli flaccidi, spingere divani e poltrone. Il tappeto è srotolato. Avvicino i divani, le poltrone, il tavolino. Ah, così. Ora posso sprofondare di nuovo il culo, sì sono a casa mia, potrò dire quello che voglio?

Guardo la parte che dal divano arriva fino al tavolino. Il tavolino l’ho messo un po’ più lontano, così posso ammirare meglio il mio tappeto. Le rose sono meravigliose, sembra quasi di sentire i profumi dei fiori. Posso riascoltare il vocio delle donne che tessono. Cantavano mi ricordo, quasi sussurravano nazar delam tanhaa bemoone, bezar shabam rangi begire, dobaare ahangi begire, begire range un diyaari, ke toosh mano tanhaa nazaari. E dietro quella melodia i bastoni del telaio sbattevano sotto i fili di ordito. Ta-ta, ta-ta. Era piacevole stare lì ad ascoltare quei movimenti. Si stava bene in Iran. Stasera ci facciamo un bel riso speziato, Renata, dobbiamo solo ritrovare il cardamomo.

La nuova illuminazione, intanto, scopre un volto diverso sulle figure della trama. I colori sembrano prendere delle forme diverse. Seguo i contorni. Mi portano fuori dai petali, dai gambi, dalle spine. È come se ci fosse disegnato qualcos’altro. Sposto il tavolino ancora più in là. Il tessuto mi rimbalza la luce negli occhi. Li chiudo e li riapro. Mi sembra di sognare. Allontano le poltrone e i divani. Ora il tappeto è sgombro, al centro della stanza. Mi è sembrato di aver visto una rosa saltare. Una rosa, però, con in petali come… come cosce di rana? Possibile? Possibile che non mi sia mai accorta che le rose fossero rane? No, è uno scherzo. Sarà la suggestione. Vado a farmi un tè caldo.

Il tè è bollente. Ma è così piacevole abbracciare il caldo con le mani. Ho sempre le mani fredde io. Le mie rose sono bellissime. Lo vedi Renata che sono rose? Delle bellissime rose rosa. Delle meravigliose rose rosa con… con gli occhi? Queste rose mi stanno guardando? No, Renata, sei stressata. Troppi pensieri, troppi ricordi. Sdraiamoci. La testa ora è immersa sul cuscino del divano. Da questa posizione ho una visuale diversa. Le rose continuano a guardarmi. Ma i bordi assumono forme diverse. Li seguo come se stessi seguendo un percorso sul navigatore. Mi portano a destra, poi a sinistra, poi di nuovo a destra. Ora a dritto. Poi un’inversione. È assurdo. Sono sempre state delle rose, fiori intrecciati in disegni geometrici senza senso. Decorazioni, nient’altro che decorazioni. Scivolo dal divano e mi ritrovo inginocchiata sul bordo. Sfioro con le mani i fili di lana. Devo toccare, devo capire. Con la mano destra mi ritrovo lungo una strada che si sviluppa sulla parte centrale del tappeto. Le rose intorno mi guardano. Ora mi guardano tutte. È suggestione, Renata, è solo suggestione.

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