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ep.5 Where is my mind?

Introduzione di Marco Morselli

È lunedì, sono passate ventiquattro ore dalla pioggia di rane che ha ricoperto il quartiere di migliaia di corpicini agonizzanti. Nonostante il passaggio dell’aspirarane, mucchietti di anfibi morti sono ancora sparsi qua e là, seccati dal sole. Juri si alza per andare a ripulire il prato della signora Renata. È nervoso e stanco dopo una nottata irrequieta. Quando piovono le rane i suoi sogni si fanno più cupi, assurdi. E il giorno dopo la sua mente resta intorpidita a lungo. Ma è il momento di svegliarsi. Il giardino della sua dirimpettaia deve essere pulito per bene. È così difficile accontentarla.

Buona lettura con il quinto episodio della serie,  rappresentato in copertina da un disegno di Elena Liverani.

EPISODIO CINQUE: WHERE IS MY MIND?

di Ivan Nannini

(Juri)

Lo sguardo sul soffitto, la testa immobile, gambe e braccia paralizzate. Voci lontane si susseguono, voci di uomini, due, forse tre. Pochi dettagli del loro dialogo arrivano alle mie orecchie. Realtà aumentata, test, verificare, sono le uniche cose che riesco a decifrare. Poi un tizio si avvicina, è un uomo sulla quarantina, alto e robusto con la barba di qualche giorno nascosta in parte da una mascherina. Mi poggia sulla testa un qualche strumento e si volta indietro per osservare qualcosa. Non riesco ad alzare la testa, non ce la faccio a parlare, ho la bocca impastata e un fastidioso ronzio in testa. Lui mi guarda negli occhi e schiocca le dita, prima a destra, poi a sinistra del mio raggio visivo. Il mio battito aumenta il ritmo, il mio respiro si fa pesante. Nella stanza si formano delle linee verticali, nere, poi blu, poi rosse. Si trasformano in sfere e si accoppiano formando qualcosa che somiglia ad uno sciame di farfalle stilizzate. Adesso sono due gli uomini sul mio viso, il loro alito mi sfiora i capelli. Un altro schiocco di dita e l’immagine si oscura.
Un suono intermittente mi sveglia, apro gli occhi e mi ritrovo sul mio letto. Ho le mani fredde e intormentite, cerco di far scorrere di nuovo il sangue strofinando l’una con l’altra e massaggiandomi i polsi.
“Che cazzo di sogno…” dico a bassa voce osservando la mia camera da letto.
Butto una mano sulla sveglia per zittire il beep beep. Sul display sono le nove di mattina, devo sbrigarmi se non voglio che la signora Renata mi rimproveri per il ritardo. Le ho promesso di curarle il giardino, come faccio del resto ogni lunedì mattina da qualche mese a questa parte. Sono piccoli lavoretti di solito: potare la siepe, tagliare l’erba, rastrellare le foglie morte e curare le rose. Le sue bambine le chiama lei quando crede di non essere sentita, dopodiché ci spruzza sopra qualche prodotto e le innaffia con strani intrugli. Provo una certa tenerezza verso di lei in quei momenti, una sensazione che svanisce non appena si volta di nuovo per mostrare il suo sguardo duro. A me è concesso solo di sistemarle un po’ le bambine, di legarle e in questo caso probabilmente di liberarle dalle rane. Quelle maledette purtroppo si incastrano dappertutto e avranno distrutto parte della loro fioritura. È una signora molto riservata Renata, sempre ben vestita, curata, ha l’aria di chi in passato si è goduto la vita, di chi ha viaggiato molto e adesso, dispersa in questo paesino nella periferia della periferia del nulla, si è creata il suo regno e il suo palazzo reale in questa bella casa con giardino. Di solito non parliamo molto, se non per cose tecniche o chiacchiere di circostanza, per lo più mi osserva dalla finestra, con quell’espressione che è un po’ un misto tra disprezzo e compassione. Mi ricorda tanto mia mamma, quando da adolescente, tornando da scuola la trovavo sulla porta di casa con lo stesso sguardo, intenta ad analizzarmi dalla testa ai piedi per poi soffermarsi sui dettagli, sugli strappi nei jeans, sui buchi nella maglietta e sulle scarpe slacciate senza dire una parola. Anche lei parlava con le rose o con le calle molto più che con me. Anche lei amava il lusso e i viaggi. Forse è per questo che mi sono affezionato alla signora Renata, nella mia testa è un po’ come una mamma, non so di preciso cosa pensi lei, ma non credo sia una persona cattiva, forse solo non concepisce che uno possa uscire di casa con la tuta macchiata o con le infradito ai piedi, tutto qui…

Mi siedo sul bordo del letto per qualche secondo per trovare la forza di alzarmi. Sembra che siano già tutti svegli là fuori, ci sono bambini che scorrazzano per la via, uomini e donne che parlano, qualche auto di passaggio, qualcuno sta battendo ripetutamente con il martello su qualcosa, il suono arriva ovattato alle mie orecchie. Decido di alzarmi per andare in bagno, non c’è tempo per fare colazione e neanche per rifare il letto o cose simili, solo una rinfrescata veloce prima di uscire.
La casa della signora è a pochi passi da me, la luce abbagliante del sole mi assale per strada costringendo le mie palpebre a socchiudersi. L’odore pungente di carne morta si è trasformato, chiudendo gli occhi sembra di stare seduti sul bordo di uno stagno in agosto. Si dice che con il tempo ci si abitua a tutto, ma io non credo sia così, non credo che mi abituerò ad alzarmi presto, non credo di abituarmi a quest’odore nauseante. E poi ci sono le rane, mucchietti in attesa di essere tolti di mezzo, cumuli che si muovono, rane morte con rane agonizzanti ammucchiate senza distinzioni. Credo che non mi abituerò mai a questo. Ne trovo una ancora viva camminando, si trascina su tre zampe, l’altra le sta attaccata per un piccolo brandello di pelle, Mi blocco per non calpestarla e per osservarla. Forse sarebbe meglio ucciderla, smetterebbe di soffrire. Ce ne sono centinaia in giro come lei, non si possono schiacciare o salvare tutte. Ma lei mi guarda, è questa la differenza? La prendo con tutte e due le mani e la sistemo su di un vaso protetta da una foglia prima di riprendere a camminare. Si intravede già il cancello del regno di Renata e lei stessa sulla porta di casa. Affretto ancora il passo e apro il cancello delicatamente.

“Buongiorno signora Renata.”
“Buongiorno.”

La voce le esce appena, da una smorfia sulla bocca prima di rientrare in casa.

Butto la felpa sul muretto e tiro su le maniche della camicia, il sole picchia forte oggi, di tanto in tanto una folata di vento mi sfiora dolcemente facendomi venire qualche brivido. Le rane sono dappertutto, sugli alberi da frutto, incastrate fra le rose, nella siepe, una addirittura si vede penzolare dall’antenna della tv, spero che la signora Renata non insista per farmela togliere, non vorrei fare la sua stessa fine salendo sul tetto. Renata ha tirato fuori tutti gli arnesi in precedenza, li ha raggruppati accanto al muretto, ci sono tre tipi diversi di seghetti, quattro forbici di varie dimensioni, rastrelli, secchi, corde, spaghi e altri utensili di cui non ricordo il nome né l’uso. Afferro un rastrello per raggruppare le rane, ne faccio vari mucchi. Vive, morte o agonizzanti non fa differenza, nonostante che alcune mi osservino come la rana sulla strada non posso fare eccezioni. Noto le varie differenze, non si feriscono tutte allo stesso modo, non hanno tutte le stesse dimensioni o lo stesso colore, alcune si muovono ancora nonostante siano aperte in due o senza una o più zampe, altre invece sono morte stecchite ma integre, ce ne sono di piccole di un verde intenso e altre enormi di color beige, alcune color dell’erba, molto difficili da individuare, ci sono anche delle rane miracolosamente indenni, le lascio stare sperando che si nascondano da qualche parte. Non tutte le tempeste portano con sé le stesse rane, qualche anno fa ricordo una pioggia di rane piccole e bianche coprire le colline sopra al paese, una coltre candida come neve striata di rosso sangue.

“Oggi lavoro extra!” mi urla Nicolino mentre scorrazza con i suoi amici per la strada.

Gli faccio un sorriso insieme al gesto del dito medio. Lui scappa, la mamma, a pochi passi di distanza mi guarda di striscio per poi voltarsi un attimo dopo. Da qualche tempo la vedo un po’ ansiosa riguardo il figlio, non so cosa sia successo o se sia successo effettivamente qualcosa, mi capita spesso di vederla a pochi passi da lui quando gioca con gli amici o quando è fuori da solo.
Sulla strada sono tutti impegnati a ripulire, sono usciti anche i vicini di fronte con spazzoloni e bacinelle piene d’acqua. Una signora cerca di indirizzare il suo cane cercando di evitare che infili il muso dentro ai cumuli di rane, la saluto con la mano ma lei non ricambia, sembra molto indaffarata.
“Cazzo, queste rane sono incastrate proprio bene!”
“Può moderare il suo linguaggio per favore?” mi dice Renata con i dorsi delle mani poggiati sui fianchi.
Mi domando come faccia a comparire e scomparire senza che me ne accorga, è come un’ombra che appare ogni qualvolta dico una parolaccia, accendo una sigaretta o sputo in terra…
“Mi scusi signora, ma come vede, mi ritrovo solo metà della rana in mano…”
“Vuole qualcosa da bere?” taglia corto.
“Una birra, grazie.”
“Credo di non aver mai tenuto una birra in casa.”
“Va bene dell’acqua.”
Il suo volto si acciglia più del solito, prima di voltarsi per dirigersi verso la porta di casa con un rapido svolazzare di gonna lunga. Poco dopo una brocca d’acqua e un bicchiere compaiono sul tavolo sotto il gazebo, anche loro come la signora Renata senza che me ne fossi accorto. Mi viene da pensare che sia una sorta di magia, me la immagino dietro la cornice della finestra con gli indici sulle tempie intenta a tele-trasportare il vassoietto dalla cucina al giardino, ma forse sono soltanto così impegnato a sradicare quelle bestiacce da non averla sentita arrivare. Nel frattempo una nuvoletta solitaria si mette tra me e il sole dandomi qualche minuto di sollievo. L’acqua è fresca, e la brocca in cristallo, come il bicchiere, le dona un certo valore, tanto da non farmi rimpiangere la birra.
“Scusami Juri, hai visto Nicola in giro?” mi chiede Nina subito fuori dal cancello.
“Aspetta un attimo“ le rispondo cercando di infilare tutte le rane in un secchio prima di uscire.
La nuvola di mosche che si forma nell’istante in cui svuoto il secchio sul marciapiede mi costringe a una frettolosa ritirata, agito la mano destra per disperderle e con l’altra tiro fuori il pacchetto di sigarette dal taschino.
“L’ho visto stamani con i suoi amici, ma c’eri anche tu…”
Mi accendo una sigaretta mentre Nina continua a guardarsi attorno con fare ansioso, tiro una bella boccata di fumo e le chiedo cosa ci sia lì fuori di così pericoloso. In fondo per strada passano solo pochi mezzi.
“Sì, è vero, ma non mi fido lo stesso, e poi continua a passare quel maledetto aspirarane.”
Le dico di non preoccuparsi, che non è mai successo nulla con l’aspirarane e che probabilmente i ragazzi si sono spostati in centro.
“Fa bene a non fidarsi di quell’affare” si unisce al dialogo la signora Renata.
“Qui può fumare” dichiara guardandomi negli occhi prevedendo una mia possibile domanda.
Poi qualche attimo di silenzio interrotto soltanto delle mie boccate di fumo.
“Non mi fido di quell’uomo” dice Renata.
“Nello?” le rispondo.
“Sì, proprio lui, non ha tutte le rotelle a posto”.
“Lo penso anch’io” dice Nina
“Non mi sembra una persona pericolosa…” faccio io.
“Non dico che sia una persona pericolosa, dico che non c’è tutto” ribatte la signora prima di raccontarci di quando Nello, alla sua richiesta di portare via un mucchio di rane dal marciapiede, le ha risposto, con lo sguardo perso nel vuoto, che le rane probabilmente le aveva soltanto nella sua testa. Detto questo l’ha salutata ridendo prima di salire sul suo mezzo per continuare il giro.

Il cielo si fa scuro in fretta, cominciano a cadere le prime gocce, una pioggia normale per fortuna, mi congedo dalla signora rimandando il lavoro ai giorni a seguire. Nina ci saluta frettolosamente e sparisce nella viuzza di fronte per cercare Nicola chiamandolo a gran voce. Io raccolgo velocemente le mie cose per tornare a casa.
Sulla strada incontro l’aspirarane che mi supera per fermarsi poco dopo davanti al pub. Mi frugo in automatico nelle tasche per contare gli spiccioli. Cinque monete da venti centesimi di valuta distrettuale e una di rame estera, non ci si compra neanche una birra, forse solo quello schifo di surrogato… Infilo di nuovo le monete in tasca allungando il passo prima che inizi a piovere sul serio.

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