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ep.1 Una domenica come tante

Illustrazione di Elena Liverani

EPISODIO UNO: UNA DOMENICA COME TANTE

di Ivan Nannini

(Juri)

Cinque messaggi. Rintocchi leggeri si muovono nell’aria come richiami per la caccia, lascio che mi sfiorino il pensiero, per poi farli cadere, uno dopo l’altro, in un preciso settore della mia mente: il cassetto delle cose da fare, insieme al cumulo di piatti da lavare, ai sacchi da buttare, a quella lettera da aprire. La curiosità si affievolisce e mi abbandono ancora sotto le coperte, la stanza è fredda, solo un flebile spiraglio di luce entra dalla persiana appena accostata, lo seguo con lo sguardo sparire sotto il letto. Saranno sì e no le dieci di mattina di una domenica come tante, mia figlia è dalla mamma, la mia nuova compagna a casa sua e io sul mio letto.

Sono riuscito a dormire solo qualche ora stanotte, del resto non era facile addormentarsi con una tempesta di rane in corso… così la chiamano in TV: “tempesta di rane” o “pioggia di rane”. Alcuni dicono sia una cosa naturale, altri una conseguenza dei cambiamenti climatici ed altri ancora un fenomeno innaturale creato dall’uomo. Comunque sia, con l’arrivo della primavera spesso cadono anche le rane dal cielo.

Molti ne sono terrorizzati e si barricano in casa, con le persiane chiuse, alzando il volume dello stereo a più non posso, cercando invano di coprire quel fracasso insopportabile, in attesa che tutto passi. C’è chi invece se ne frega totalmente, continuando a spolverare i mobili di casa o buttandosi sul divano per fare zapping in tv, oppure infilandosi dei tappi nelle orecchie per dormire. Altri, come del resto anche io, le osservano dalla finestra schiantarsi qua e là, inspiegabilmente attratti. Gran parte della nottata di fatto l’ho trascorsa così: davanti alla finestra socchiusa osservandole scoppiettare toccando terra. Mi sono acceso una sigaretta dopo l’altra, intento a cogliere più particolari possibili, in uno scenario dantesco fatto di esseri viventi ammassati un po’ dappertutto, agonizzanti, con le carni esplose su rivoli di sangue raffermo, contorte, schiacciate in un brulicare immenso.

Decido di alzarmi dopo l’ennesimo messaggio, il telefonino è sul camino nell’angolo del salotto e dalla finestra entra un odore acre di carne. Gli operai del comune stanno ripulendo la strada, da un paio di anni hanno sostituito la pala e l’olio di gomito con un nuovo macchinario, noi qui in paese lo chiamiamo l’aspirarane, assomiglia un po’ al camion per lo spurgo delle fosse biologiche, ma ha sul davanti tre grossi tubi aspiranti che si schiacciano a terra, ai lati ci sono due grosse spazzole che ruotando convogliano le rane al centro, nessuno sa di preciso cosa ci facciano poi con tutta questa carne di rana, qualche anziano dice che ce la rifilano sicuramente nella carne in scatola, nei sughi pronti o nei dadi per il brodo, alcuni pensano che vengano usate per creare concime, in effetti non è raro vedere agricoltori coltrare i campi dopo una tempesta di rane per mischiarle alla terra. Io sinceramente non ho idea di cosa ne facciano, ma sicuramente in qualche modo la riutilizzano di certo.

Intanto ai bordi delle strade un signore anziano ne sposta qualcuna con il bastone cercando di trovarne di vive, una volta passando per strada ho chiesto a quel tizio perché lo facesse e lui mi ha risposto senza tanti problemi che le rane lui se le mangia, che sono buone e che non è l’unico in paese.

Solo messaggi inutili sul cellulare, mi faccio un caffè e scendo in strada, l’odore fuori è ancora più forte, un’immensa macelleria sotto il sole, mi siedo su una panchina accanto a Nicolino, un bambino di dieci anni che abita nella via di sotto, figlio di un sassofonista jazz e una ex fricchettona.  Mi accendo una sigaretta girandomi dall’altra parte per non affumicarlo, il rumore dell’aspirarane con il suo continuo risucchio ci costringe quasi ad urlare per comunicare, “cos’hai detto?” gli dico avvicinandomi a lui, “ti ho chiesto se ti sembra normale a te!” mi urla nelle orecchie, io lo guardo sovrappensiero, aspirando una bella boccata di fumo e soffiandogliela in faccia.

“A me no, ma la tv dice che è una cosa naturale… e poi è sempre successo.”

“Io non ho la tv.” Mi fa Nicolino, tossendo un po’ e voltandosi per un attimo.

L’aspirarane adesso ci passa davanti, le rane che sbattono all’interno della cisterna ricordano il suono di cento teppisti che fracassano auto con mazze da baseball.

“La mia mamma dice che non è una cosa naturale e che prima non succedeva!” Mi urla di nuovo, facendosi scudo con la manina a cucchiaio sul mio orecchio destro.

Non lo so, gli vorrei rispondere, la tua mamma si è fatta gli acidi negli anni settanta… in effetti, però, anche io non ricordo un evento simile andando indietro di una decina di anni… l’informazione ufficiale ci dice che era una cosa normale in altre parti del mondo e che adesso avviene anche da noi perchè si è spostato qualcosa… chissà.

Intanto da una finestra nella casa di fronte si sente un uomo maledire il cielo, mi sembra di capire che le rane hanno sfondato il suo lucernario. La gente comincia ad uscire in strada per varie ragioni, molti solo per guardare l’aspirarane; una donna però si avvicina alla panchina e prende per mano Nicolino, è la sua mamma, forse lo ha chiamato più volte ma non ce ne siamo accorti dato il gran trambusto, lui mi saluta e lo vedo sparire dietro l’angolo mano nella mano con lei.

I miei pensieri si spostano sulle tegole da cambiare sul tetto e sugli altri possibili danni provocati da quelle maledette. Tiro l’ultima boccata di fumo e getto il mozzicone in strada: ‘almeno qualcuno se lo ritroverà nella carne in scatola’, mi viene da pensare con un mezzo sorriso mentre rientro in casa.

 

Commenti

2 Comments

  1. Giona Giona 17 Dicembre 2018

    io sono il qualcuno che compra carne di rana in scatola…..se ci trovo un mozzicone poi facciamo i conti.
    ma esiste anche la neve di rane? e la grandine?

  2. Ivan Nannini Ivan Nannini 18 Dicembre 2018

    La neve di rane non lo so, la grandine sicuramente.
    Grazie per il tuo commento!

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