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Tante voci per raccontare Rabbia

di Enrico Pompeo

Titolo: Rabbia

Autore: Chuck Palahniuk

Editore: Mondadori

Un libro assoluto. Unico, oltre ogni genere e categoria.
Superiore.

Era tanto che non leggevo un libro così.
Di quelli che ti rincorrono anche dopo che li hai finiti, che ti sorprendi nel mezzo della notte a farti domande, a chiederti se e perché.

Ne avevo già letto uno, di Palahniuk, ‘Fight Club’. Grande storia. Uno dei pochi casi in cui il romanzo si scontra quasi ad armi pari con il film, che è un autentico capolavoro. Questo, però, è un’altra cosa.

E mi resta difficile parlarne, come quando sei nel bosco e vedi qualcosa che ti sorprende e allora torni indietro e lo vuoi spiegare a chi è fermo sotto un albero a riposare e hai paura di non riuscire, con le tue parole, a rappresentare lo stupore che hai provato.

Prima di tutto: cos’è?

Non è proprio un romanzo, visto che non ha un inizio e, forse, neanche una fine precisa. Non è un saggio, un racconto. Insomma, è un testo ibrido, spurio, multiforme.

Di che parla? Beh, questa è più semplice. Apparentemente.

Racconta la storia di un personaggio, Buster “Rant” Casey, dalla sua infanzia fino alla sua scomparsa. Personalità eccentrica, complessa, con momenti in cui appare un demone, altre un angelo, anche se un po’ inquietante. Fin qui niente di nuovo sotto il sole. Il punto è che forse non è così. O meglio è anche così, però è anche qualcosa in più. O in meno.

Intanto, in questo libro si parla di uno che non ha voce. Che non sentiamo mai dire una parola. Sono gli altri a raccontarlo. Siamo in una sorta di cerchio orale, dove amici, detrattori, amanti, familiari, nemici, storici dicono la loro.

All’inizio mi ha spiazzato, dopo una decina di pagine mi sono fermato e mi sono chiesto cosa stavo leggendo. Se era uno scherzo.

Il sottotitolo è: “Una biografia orale di Buster Casey”.

Ed è proprio questo: una sequenza ininterrotta di risposte a domande che non sono state poste, come se tutti i partecipanti al coro avessero rilasciato un intervista e solo dopo le loro testimonianze fossero state assemblate.

Mi sono andato a documentare.

Di biografie fatte in questo modo, sia di persone realmente vissute o di creazioni di fantasia, come in questo caso, ci sono. Ma non sono paragonabili a questo.

Prima di tutto, perché, attraverso le ricostruzioni di tutti gli intervenuti, si dipana una storia con un ordine cronologico degli eventi, che, però, a seconda di quale punto di vista viene assunto per osservarli, possono essere diversi e modificare il senso di tutta la vicenda narrata.  

Succedono dei fatti, si susseguono avvenimenti, ci sono azioni ben precise. E sono quelle. Solo che le interpretazioni, le analisi, ci svelano, pagina dopo pagina, delle possibili spiegazioni che danno agli eventi colori e suoni che ne cambiano il valore, il senso profondo.

Ci sono, poi, dei fili conduttori: Casey è nato in una cittadina in mezzo al deserto, in una famiglia con un padre assente e una madre che faceva di tutto per meritare attenzione. Come tutti i ragazzi sepolti nella polvere e nella noia, ha cercato strade e strumenti per sentirsi vivo, come inseguimenti in macchina, esplorazioni delle zone più aride lontano dalle case, alla ricerca di ragni, scorpioni e coyote.

Conosce una ragazza, poi va via di casa e cerca di farsi una vita sua. Ma non è così semplice. Letteralmente. Perché la sua esistenza è tutta nelle parole e negli occhi degli altri e anche il suo tempo, la sua vita scivola da una voce all’altra, passando attraverso una mescolanza che cambia il presente con il passato, e anche con il futuro.

Ci sono anche dei documentaristi, degli storici che danno la loro versione, ma anche così non si riesce a trovare il bandolo della matassa. Forse perché non esiste.

Si passa attraverso la descrizione di epidemie provocate da cani del deserto, di effetti indesiderati, ma interessanti, di punture di ragni, a pranzi e cene di feste popolari con cibi che portano sorprese, non sempre piacevoli.

Da amori immensi a incontri occasionali, da analisi di diagrammi che regolano il traffico a giochi di velocità con automobili e guidatori mascherati.

Si ride, tanto; ci si commuove. Qualche volta ci si spaventa, anche.

E all’improvviso si finisce in un vortice inaspettato che ti trasporta in ipotesi di viaggi temporali, di furti di identità, di situazioni al limite del verosimile.

Eppure tutto torna, anche se qualcosa sfugge.

Come Buster Casey, il cui corpo sembra volatilizzato nel nulla.

Libro clamoroso. Scritto in un modo che ti incanta. Perché, davvero, una storia così è talmente debordante, eccentrica che sarebbe stato naturale perdersi e lasciare sgomento il lettore.

Invece Palahniuk riesce a mantenere un equilibrio difficilissimo, sempre a metà tra il surreale e il concreto, tra la fantasia e il reale.

Non è un libro facile. Chiaro.

Ma se uno riesce a superare la stranezza di trovarsi in una stanza senza appigli, ma che trasuda incanto, e si ferma a osservare, piano piano, parola dopo parola, dalle pareti  scure escono fiotti di luce che esprimono purezza.

Davvero indimenticabile, per me, da inserire tra i primi dieci libri della mia classifica ideale.

Da non perdere.

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