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Parlando di Beethoven e di poesia nel frullatore, con un Migone insolito

di Caterina Corucci

Paolo Migone mi ha dato appuntamento alla Vasca. È un ambiente strano, somiglia a un enorme garage ma il pavimento e le pareti sono dipinte di quell’azzurro/verde acqua che sembra di essere in una piscina. Infatti si chiama Vasca. C’è anche una scala in cima alla quale ti aspetteresti di trovare un trampolino. Pare che ce lo metteranno, ma per ora c’è appesa una bicicletta.

Divani e mobili antichi, oggetti moderni, due teschi, un pianoforte bianco sopra una pedana rialzata che fa da palcoscenico. Quadri, tanti quadri, c’è una camera oscura e anche un laboratorio di pittura.

Chiedo:

Cos’è questo posto?

«È un atelier di arte varia, un punto di ritrovo dove può succedere di tutto, a seconda di quello che vogliamo fare; può diventare mostra di quadri, cinemino, luogo dedicato allo spettacolo legato anche al cibo, c’è una cucina, là dietro. Quest’estate vorrei organizzarci un drive-in per motorini».

Lui è il solito dei tempi di Zelig, almeno a prima vista: riccioloni, parlata toscana, aria scanzonata e mordace insieme, che non è facile. Cinema, teatro, libri: Migone è molto di più che il personaggio con l’occhio nero e lo spolverino bianco. Prima che il Coronavirus bloccasse tutto stava portando in giro il suo spettacolo “Beethoven non è un cane”.

Che tipo di spettacolo è “Beethoven non è un cane”?

«Non è cabaret, è un monologo di ricerca pensato per arrivare anche ai giovani. Tutto è nato osservando mio figlio che mentre guarda un film manda le mail, scarica foto, va su instagram. Ho pensato che per i giovani che sono così multitasking, uno che sta sul palco a fare un monologo è veramente troppo poco, si annoiano. Allora ecco cosa succede. Ho l’aiuto delle diapositive,  io parlo di Mozart e intanto girano venti diapositive in loop; hai due canali, capito. E c’è anche un terzo canale che è la musica. La gente rimane colpita da questa presentazione che appare semplice, invece è complessa, ma te la gusti come un bicchier d’acqua perché tutto è fluido».

Un esempio?

«Mentre dico cose che sembrano senza senso e faccio giochi di parole, passa l’immagine di una mano che graffia la creta lasciando cinque solchi che simboleggiano il pentagramma. Che Beetothoven era forte e aveva il fuoco dentro te lo dico con le immagini. Ormai è così che i giovani sono abituati ad assimilare i concetti».

Mi mostra delle tavole, quelle che vengono utilizzate per le diapositive.

«Queste le fa mia moglie. Molti ridono quando passa l’immagine con scritto Beethoven Benz, con il simbolo della Mercedes. Molti ridono ma qualcuno becca il significato: quante marche di automobili utilizzano la musica classica per la pubblicità, senza neanche citare l’autore. Insomma è un messaggio non detto, chi lo becca lo becca, devi stare attenta. C’è tutto il linguaggio della pop art, pensa a  Schifano, Tano Festa, ho fatto un’operazione di contagio. Ho messo Bach nel simbolo della ESSO e Vivaldi in quello della Coca Cola. Qui non devi per forza ridere, e non importa che ci sia la chiusa: come nella pop art sono le sensazioni quelle che ti arrivano».

E come sta andando?

«Non sempre ho colpito, non sempre sono stato sempre capito. Però ci sta: uno che sperimenta rischia tanto, se mi metto a fare lo spettacolo che parla della moglie rompipalle mi assicuro i teatri pieni, ma adesso voglio fare altro. Pensa un po’, recito anche dei monologhi fatti su letture di poesie. È un lavoro di segmentazione, presento frammenti. Torniamo ai giovani. Se il ragazzetto deve leggere una paginetta, okay, ma già se in fondo c’è scritto continua, lui dice che palle, non ce la fa. Allora io piglio tutte le poesie che mi piacciono e le violento. Ci faccio cosa mi pare, le taglio e le propongo in modo nuovo ed è sicuro che non si annoiano. C’è da curare molto l’atmosfera. Non è una di quelle presentazioni da circolo culturale con tante sedie e gente annoiata, io voglio rivelare la crudezza della poesia. Non mi piacciono quelle letture che si vedono anche on line con la musichina dolce dietro, i filmati dei gabbiani, dico: ma come ti permetti di aggiungere cose alla poesia? Infatti questa cosa si chiama “Poesie nude e crude”. Ho razziato tutte le poesie brevi, interpretabili, di autori morti e di autori vivi, famosi e non famosi, senza dirti chi sono. Distruggo il preconcetto della poesia che palle. Voglio il frullatore, ti devo creare la fame di poesia. Poesie da tutto il mondo tradotte, cortissime, epitaffi. Tipo: Cercami nelle parole che non ho trovato. E questa cosa è molto vicino a Vruzz».

A cosa?

«Vruzz è il rumore che fa una pagina strappata dopo che hai preso un appunto, Vruzz è un gruppo di autori che non si conoscono tra loro ma attraverso un app del cellulare si scambiano testi in prosa o in poesia quando ne hanno voglia. Quando sono lì che aspettano la metropolitana, o in una sala d’attesa e gli viene un pensiero veloce, lo scrivono e… Vruzz ecco la notifica sul cellulare: qualcuno ha scritto qualcosa. Per ora ho fatto entrare circa centoventi autori. Ci sono anche personaggi famosi, attori, scrittori più o meno noti».

Interessante, e non solo come passatempo.
Adesso che sei fermo con gli spettacoli cosa stai facendo?

«Sto scrivendo un cortometraggio. La Vasca è una delle location. Ho già contattato autori locali e musicisti, il Marmugi, Bobo Rondelli, i Gatti Mézzi.

C’è  il postino che fa da collante a tutti i personaggi, è una specie di Mercurio con le ali disegnate sulle scarpe che arriva fin dentro la stanza con il motorino. Ha il Ciao rosso e una sciarpa lunga, entrando perde lettere a destra e sinistra perché sono lettere che alla fine non dovrebbero essere consegnate. Le recapita ai destinatari leggendole, ma se trova parole dure o dolorose le cambia e dà la sua versione del messaggio. Tutti accettano questa cosa tranne uno che vuole avere l’originale, allora il postino si arrabbia: ‘Qui non c’è rispetto!’, E se ne va sbattendo la porta che non può essere sbattuta perché è scorrevole (però il rumore si sente). Il Ciao comunque non si mette in moto (non gli parte mai), e tutti escono all’esterno per spingerlo. Tutti tranne il destinatario scontento che se ne resta seduto fumando una sigaretta. Poi c’è il gelataio che filosofeggia e assegna alla gente i gusti dei gelati a seconda delle personalità. C’è il maestro di fischio che intesse storie d’amore con le tortore, lui non sa cosa dice loro ma queste si innamorano. E c’è una mamma che rompe le palle al figlio e lo rincorre con il phon; si è fatta una prolunga di chilometri per rincorrerlo ovunque, ‘asciugati i capelli’, ‘metti a posto i calzini’…   La vuoi fare la mamma?»

Dici a me? Oddio no. Non son portata per la recitazione, anche se la parte mi si addice; rincorrere figli con il phon è una cosa che so fare bene. Paolo, ci penso su. Grazie.

«Comunque. C’è anche Socrate sulla pedana e ci sono i ragazzi che vanno a chiedergli consigli. Si è fatto la tunica con il lenzuolo del vicino. Dialoghi rarefatti. Molto per immagini. Parti veloci montate bene. Cose non spiegate che si svelano da sole».

Poi torna al presente (perché per un po’ è stato altrove) e guarda l’orologio. «Oh, devo andare a prepararmi il pranzo».

Uscendo dalla Vasca mi cade l’occhio su una scultura, è una testa di Modigliani. Sotto c’è una targa: Nuova vera testa falsa di Modigliani.

Ci salutiamo. Dopo un po’ mi vibra il cellulare, è un messaggio: ‘Danzo leggero sull’orlo del mondo, senza in testa nemmeno un pensiero’. Ho appena ricevuto il mio primo Vruzz.

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