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Crescere consuma

di Enrico Pompeo

Titolo: Giovanissimi
Autore: Alessio Forgione
Casa Editrice: EnneEnne

NN ci sa fare. Molto.
Per me loro sono quelli che mi hanno fatto conoscere Kent Haruf, attraverso la traduzione di Fabio Cremonesi, e già solo per questo hanno vinto. A mani basse. Poi ho cominciato a leggere anche altri titoli dal loro catalogo e non mi sono ricreduto, anzi. Sono coraggiosi: pubblicano romanzi che smontano strutture narrative consolidate, come “La parola magica” di Anna Siccardi; oppure vanno su voci potenti, originali che uniscono poesia, teatro, narrativa (“Io sono la Bestia” di Andrea Donaera).

E ancora scelgono chi le storie le sa raccontare davvero: Alessio Forgione, “Giovanissimi”, non a caso tra i dodici finalisti al premio Strega 2020. 

Sinceramente non volevo parlare di un altro romanzo di questa casa editrice, perché il mio precedente consiglio era proprio un testo loro, ma poi è stato il libro a imporsi.
In questi giorni di ‘domicilio coatto’ per il Coronavirus, leggo. Anche più di prima. Mi salva dal grigio, dall’apatia. E quando trovo un romanzo che mi incatena, non posso lasciarmelo scappare.


Questo è forte.  Davvero.

Cosa fa di uno scrittore un vero narratore? Difficile rispondere. Forse è impossibile definirlo con esattezza. Ma ci sono dei segni, delle indicazioni. Come primo elemento il ritmo, il suono. Qui è un canto. Una melodia. Non c’è una frase che stona, una parola fuori posto. Non ci sono rallentamenti o accelerazioni che ti lasciano lontano; no, qui sei sempre dentro la storia, ci scivoli dentro e non te ne accorgi neppure.

È difficile scrivere in prima persona tutto un romanzo, perché rischi di schiacciare troppo sull’occhio di un solo personaggio e il resto può risultare sfuocato. Oppure puoi eccedere e andare troppo dentro l’interiorità della voce narrante, appesantendo il discorso. Forgione riesce a stare lì, su quel filo invisibile tra troppo e troppo poco e ti sembra che ogni azione non abbia bisogno di altra ottica per essere chiara e che i pensieri, le emozioni del protagonista siano sottolineature, ampliamenti e non sovraccarichi.

C’è tanta Napoli qua dentro e non credo sia un caso. Quale altra città al mondo riesce a rimanere anche essa così in equilibrio precario tra eccesso e vanità da una parte e disperata rassegnazione dall’altra?

Si parla di un gruppo di amici. Quattordici, quindici anni. Marocco ci accompagna dentro il suo mondo, tra partite di pallone, mattine al liceo, prime sbornie, il fumo, le canne e il primo amore.
Tutto già visto, già sentito, potrebbe pensare qualcuno. Qui sta la maestria dell’autore: la bellezza non sta in cosa racconti, ma come lo fai.

L’adolescenza è il periodo che ti segna. Per sempre. Lo sappiamo tutti. Quello che succede in quel periodo te lo porti dietro e non ne esci mai completamente. Nel bene e nel male.
E qui esperienze che sono di ognuno ritrovano quella freschezza, l’autenticità della prima volta. Come se anche tu sapessi che queste tue esperienze andavano raccontate in questo modo, solo che non avevi trovato le parole giuste per farlo.

C’è la famiglia, che è gabbia e riparo. L’amicizia che è rifugio e scontro. La libertà che spesso sembra tale, ma non lo è.
E c’è la vita. Quella vera. Che sta lì, aspetta e quando decide, non si ferma.
Come diceva un grande cantautore delle mie terre, Piero Ciampi: ‘La vita è una cosa che prende, porta e spedisce’.

Un libro che si legge tutto d’un fiato, che è di Napoli, ma anche di ogni luogo. Questo sanno fare gli scrittori veri: darti il sapore di una storia che è legata a un posto e solo a quello, ma che va oltre e diventa la storia di chi legge.
Totalmente.

Buona lettura.

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