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Un caffè con Lukha B. Kremo. Immaginare mondi per capire il mondo

di Caterina Corucci

Alexa, la mia assistente vocale che da qualche settimana abita sul ripiano della libreria, mi avverte che sono le diciassette e che tra mezz’ora ho un appuntamento. Non lo avrei certo dimenticato, ma qualche giorno fa la programmai per ricordarmelo quindi apprezzo e la ringrazio. Me ne rendo conto, sto umanizzando quel piccolo cilindro bianco parlante che quando le rivolgo la parola si illumina e si colora come neanche un fidanzato farebbe con tanto ardore.

L’appuntamento in questione è con Lukha B. Kremo, che tempo fa a un evento organizzato dal FiPiLi Horror festival parlò di fantascienza e mi colpì tantissimo. Il suo vero nome è Gianluca Cremoni Baroncini, classe 1970, uno dei più attivi del movimento letterario del Connettivismo,  che non scrive soltanto fantascienza. Ha vinto il Premio Urania 2016 (Mondadori) con “Pulphagus® – Fango dei cieli”, il Premio Cassiopea, il Premio Vegetti, il Premio Robot e quattro Premi Italia. Ha pubblicato molti racconti e romanzi tra cui “Il Grande Tritacarne”, “Gli occhi dell’anti-Dio” e “Trans-Human Express” con Kipple Officina Libraria e la “Trilogia degli Inframondi” con Delos Digital. Ha pubblicato cd di musica elettronica con lo pseudonimo di Krell e fondato la Kipple Officina Libraria che tratta fantascienza, horror, noir. Credo che ci sarà molto di cui parlare e spero di riuscire a strappargli un po’ più della mezz’ora concordata.

Prima di uscire metto un filetto di vitella in forno e chiedo ad Alexa di accenderlo alle ore diciannove, a 180 gradi. Ci ho messo un po’ per collegare alcuni elettrodomestici all’App di Alexa, ma ora trovo tutto questo molto utile.

L’appuntamento è nell’ex cinema Aurora di Livorno che adesso è un Ristopub dove si fa musica dal vivo, io sono in anticipo come al solito e approfitto per guardarmi in giro. L’atmosfera Irish si mescola a sensazioni nostalgiche: in mezzo a vinili, banconi da pub, vecchi proiettori e birre (in ordine sparso), ci sono ancora le sedie di legno da cinema, quelle che si chiudono a libro, e pesanti tende di velluto a dividere gli ambienti, che solo a guardarle son tornata la bambina che ci annaspava dentro e ci restava intrappolata.

Ci sediamo fra una stufa e un barile, davanti a quello che era lo schermo del vecchio cinema; io ordino un caffè e lui una Guinness.

Direi di partire da dove eravamo rimasti, cioè dove ero rimasta io perché lui non lo sa ma una parte di me si è bloccata, un giorno, quando lo sentii parlare di futuro nel presente.

Quel giorno all’interno della presentazione del libro “Il treno delle 8.28” di Valentina P. Lombardi, parlando con i ragazzi del FiPiLi Horror Festival, ricordo quando dicesti che spesso la fantascienza anticipa il futuro. Un’esempio su tutti: Martin Cooper ideò il primo telefono cellulare dopo aver visto il capitano Kirk in Star Trek che comunicava con gli altri per mezzo di un “aggeggio simile, piccolo e senza fili” .

«È proprio così, pensa che in Cina vengono stanziati fondi statali destinati agli scrittori di fantascienza, per promuovere la produzione di idee e tecnologie che verranno poi sfruttate dalle imprese».

Quindi è la letteratura (e poi il cinema) che influenza la realtà o succede anche il contrario?

«Entrambi, la fantascienza non è una letteratura di evasione, o solo di evasione: è una letteratura di riflessione, di proiezione della realtà nel futuro, quasi sempre. A volte ci si rivolge al passato creandone uno alternativo. Come esiste l’utopia che è un non luogo, esiste l’ucronia, che è un non tempo, dove si arriva ad ipotizzare, per esempio, un passato dove Hitler vince la Seconda Guerra Mondiale. Philip Dick ci ha scritto un romanzo.

Quindi sì, letteratura di evasione, ma sostanzialmente la fantascienza fa una critica della realtà: mette sull’avviso, crea un mondo parallelo dove possiamo vedere cosa succederebbe se una data situazione venisse portata all’estremo, e si arriva alla distopia che è un’utopia al negativo.»

Allora la fantascienza è pessimista?

Quasi sempre. Se si ha un intento sociale, educativo, si colpisce di più facendo vedere cosa succederebbe in peggio se…  Lo scrittore di fantascienza analizza la situazione e cerca i punti deboli. Nel romanzo “Pulphagus”,  mi sono inventato un asteroide che è stato catturato dagli uomini per orbitare intorno alla Terra, ed è stato adibito a discarica per il trattamento dei rifiuti. Qui ho riflettuto sul problema ecologico, per esempio.

A proposito di “Pulphagus”, tu hai vinto il Premio Urania proprio con quel romanzo.

«Sì, nel 2016. Urania è una collana di romanzi di fantascienza; ne esce uno al mese. Nell’anno, su dodici numeri soltanto uno è italiano, gli altri undici stranieri. Quell’anno l’italiano ero io.

Comunque i temi sociali che si possono affrontare con la fantascienza sono molti, per esempio il rapporto che avremo noi nel futuro con il lavoro e con il gioco. Noi lavoreremo sempre meno e giocheremo sempre di più perché saranno le macchine a lavorare per noi. Ho scritto un racconto che è stato inserito nell’antologia “Strani mondi”, dove le macchine saranno manutenute da altre macchine e a noi spetterà solo il controllo finale. Non ci sarà più molto da fare per gli uomini ».

Non posso non pensare ad Alexa, che mi farà trovare l’arrosto cotto a puntino. In qualche modo è una macchina efficiente e precisa e non si lamenta nemmeno se la lascio tante ore a casa sola.

Come è cambiato l’interesse per la fantascienza dagli anni ’70 (anni del boom) ad oggi?

«Ci sono stati due picchi di interesse: uno nel ’57 quando lo Sputnik e la corsa alla luna hanno spinto la fantascienza spaziale e poi negli anni ’70 quando Star Wars ha deviato il discorso sull’evasione. Questo ha fatto un po’ male al genere dandogli una visione soprattutto giocosa, infantile. Da lì l’interesse pian piano è calato. Parallelamente però si è sviluppata una fantascienza più impegnata; anche divertente ma più sociologica. Negli ultimi anni è venuto fuori il termine distopia con serie come Black Mirror, che ha spinto di nuovo l’interesse per il genere. Negli ultimi quindici anni la produzione cinematografica di fantascienza è raddoppiata».

Quindi ci sono interessi a svilupparla?

In America tantissimo. In Italia non ci sono soldi, quindi niente. La fantascienza ha bisogno di effetti speciali che costano. Negli anni sessanta usavano modellini che spesso facevano ridere; ma alcuni film riuscivano a non far ridere, tipo Nirvana di Salvatores e anche altri che sono poco conosciuti. In America invece non hanno mai smesso di produrre fantascienza di alto livello: Alien, Matrix, Inception, eccetera.

Il cinema è il modo più comodo per usufruire della fantascienza, ma generalmente ciò che è filmato prende idea da quello che è stato scritto e se uno vuole approfondire lo fa sui libri.

Il cinema sta cercando autori per poi sviluppare sceneggiature e farne serie televisive e film. In America se uno scrittore scrive un libro di fantascienza che viene ritenuto interessante, il cinema glielo opziona, cioè glielo blocca per poterlo usare, pagandolo un bel po’. Un produttore può opzionarne anche dieci, poi magari ne sceglie uno solo, per un film. Adesso Netflix e Amazon si stanno interessando agli scrittori italiani ed europei, hanno già “preso” Antonio DiKele Distefano, italiano di seconda generazione di origini angolane, ha scritto una storia di fantascienza con protagonista un immigrato. Molto originale».

Come sei arrivato alla fantascienza? Ti sei ispirato a qualche autore?

«Nel periodo in cui ho iniziato a scrivere c’era la CyberPunk, quindi William Gibson, Bruce Sterling e altri. E poi Asimov, Philip Dick, i classici della fantascienza ma anche autori che non sono propriamente scrittori di fantascienza, come James Ballard, Kurt Vonnegut. Adesso leggo Margareth Atwood, Don Delillo, Wallace, il post modernismo».

Hai scritto e scrivi su Robot, rivista fantascientifica, raccontami qualcosa.

«È una rivista cartacea, nata nel ’77 e chiusa nel ’82; poi l’hanno riaperta continuando la vecchia numerazione. Ci sono molte illustrazioni, articoli, rubriche fisse e saggi brevi, ogni tanto fornisco miei racconti. Non esce in edicola; non so per quanto ancora ci saranno le edicole, almeno per i giornali e le riviste. Anche Urania stanno pensando di spostarla nelle librerie, si vende comunque poco, ma sempre più che in edicola». 

Una tua opera di cui ti va di parlare?

«Il racconto “Fly Island” (Delos Digital) nell’antologia “Fanta-Scienza”. Gli scrittori coinvolti dovevano ispirarsi ad uno dei progetti portati avanti dagli scienziati dell’Istituto Italiano di Tecnologia, a me è toccata la ricerca della microscopia ottica a livello molecolare. Con il microscopio ottico si potrebbe vedere più nitidamente rispetto a quello elettronico, se non fosse per il disturbo della luce che a un certo punto interviene perché utilizza i fotoni. Bene, gli scienziati di Genova stanno mettendo a punto un microscopio ottico multifase che riduce tale disturbo e consente di vedere più nitidamente il DNA e correggere anomalie genetiche. Ecco l’idea era questa, poi sull’intuizione andava costruito l’elemento fantascientifico. Per esempio ragionare sul fatto che anche l’umore sviluppa particelle chimiche che possono essere alterate dall’esterno, se si vede bene dove inserirsi, e immaginare pillole della felicità, o dell’innamoramento. Poi immaginare che si possa andare oltre pillole e farmaci, e inserirsi nel cervello direttamente, senza sprechi. E immaginare anche che ognuno potrà avere sulla carta di identità una sequenza di numeri e lettere che è il proprio DNA».

Dunque, si parte dalla realtà e poi si decolla. Sì, penso che potrei appassionarmi alla fantascienza, mi vengono in mente tantissimi pretesti utilizzabili per inventare storie distopiche, tipo le stampanti 3D. Cosa ne pensi, potrebbero essere uno spunto?

«Sì, le stampanti 3D vengono caricate con una specie di plastica e colla ma uno che è abituato a pensare al futuro comincia a immaginare che la plastica non sia l’unico materiale possibile e che si possano caricare con ogni tipo di materiale. Oggi si compra tutto on-line, domani potremo comprare solo il brevetto e stampare ogni cosa a casa».

Anche cose che non esistono, mi viene da pensare, se uno se le disegna…

«E’ un momento spumeggiate per la fantascienza, in questo periodo storico c’è da dire tanto. E non bastano uno o due scrittori bravi. Serve un gruppo di persone brave per rilanciare un genere. Il momento è buono. Un genere se avanza lo vedi dalla quantità di autori di qualità. E in questo momento gli autori scrivono cose di qualità, non seguendo modelli americani o anglosassoni».

In che cosa il modo italiano di scrivere fantascienza è diverso da quello americano o anglosassone?

«La fantascienza italiana ha un approccio più storico e lo stile è meno secco e giornalistico. In Europa si cura di più la forma; per fare un parallelo con la musica la differenza è come tra la musica classica e il jazz. L’Italia trabocca di storia, le tematiche ne sono intrise. Trattandosi di tecnologia gli argomenti sono gli stessi sia per il cinese che per l’americano o l’italiano; chiaramente l’approccio è diverso e anche le ambientazioni. E per noi magari è più facile immedesimarci nella Bologna con la nebbia che in una città straniera».

Hai scritto anche cose diverse dalla fantascienza?

«Ho scritto un giallo che ho deciso di mandare al premio Tedeschi (che è l’equivalente del Premio Urania per la fantascienza) ambientato a Milano dove ho vissuto; ma la Milano underground. Poi in questi giorni è uscito “Pop-politics, batracomiomachia cinobalanica”, (Kipple Officina Libraria) un pamphlet che prende in giro la politica di oggi con uno stile che è un po’ la parodia di Gadda e Manganelli (la prefazione è della figlia di Manganelli), una specie di barocco ironico nato proprio dall’amore per questi due grandi, scritto a quattro mani con Pee Gee Daniel. Insomma se sei uno scrittore devi essere capace di scrivere tutto. Poi ti verrà meglio quello che ti piace di più».
Su questa grande verità ci salutiamo; lui si rimette il cappello scuro che insieme al gilet nero e alla barba contribuisce a fare un personaggio e io mi rendo conto che sono passate quasi due ore nel tempo di un caffè.

Sono molto contenta di come è andato l’incontro, penso mentre torno a casa.
Davanti al mio appartamento sento un odore forte di bruciato e ho un presentimento. Spalanco la porta, c’è del fumo, troppo fumo che esce dal forno… che cavolo è successo?
Tiro fuori quella che doveva essere la cena e invece è un pezzo di carbone, e noto che il forno ha la temperatura impostata a 250 gradi. Controllo sulla App di Alexa le ultime cose programmate. È come ricordavo, avevo chiesto 180 gradi, non 250. Mi avvicino ad Alexa che captando i miei passi si illumina e si colora, Giallo, azzurro, verde in sequenza. Sta cercando rumori da interpretare. Silenzio.

Più tardi, prima di andare a letto, mi avvicino al cilindro bianco.
«Alexa, perché 250 gradi?»
«Non ho risposte per questa domanda».
Giallo, azzurro, giallo.
Decido di lasciar perdere, tanto non ha senso e non ci posso litigare.
«Alexa, domani svegliami con i Dire Straits alle ore sette».
«Sette della mattina o del pomeriggio?»
«Mattina».
«Okay».
Okay non è fra le risposte possibili. Almeno, non l’aveva mai usata. Strizzo gli occhi, la guardo.

Decido di riprendere la mia vecchia sveglia e la imposto alle sette; mattina o pomeriggio è uguale, per la mia vecchia sveglia a lancette le sette sono le sette.
Spengo la luce e vado a letto. Dalla camera intravedo bagliori.
Azzurro. Verde. Giallo.

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