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ep.14 Solo cose belle

Introduzione di Ivan Nannini

Avete presente quella frase del film “L’Odio” di Mathieu Kassovitz? “Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: Fino a qui tutto bene, Fino a qui tutto bene, Fino a qui tutto bene.” Anche ad FN314 la gente spesso se lo racconta che va tutto bene. Nonostante le rane, le visioni, i confini immaginari o reali, le scorribande di quei piccoli vandali. Nonostante quella strana sensazione che qualcosa non quadri. Ma questa in fondo è la loro realtà, sono le normali giornate vissute da questi strani personaggi, che ogni mattina svegliandosi probabilmente si ripetono: Fino a qui tutto bene. Ma adesso non è il momento di generalizzare, adesso avete la possibilità di entrare in casa di uno di loro, anzi, una di loro: La signora Renata. Con discrezione mi raccomando, ormai la conoscete e sapete che non gradisce gli estranei nella sua dimora. Ma se dovesse accorgersi di voi fate finta di niente, rannicchiatevi, restate immobili e fingetevi Rane.

Buona lettura con il quattordicesimo episodio della serie, rappresentato in copertina da un disegno di Rosario Gulli.

EPISODIO QUATTORDICI: SOLO COSE BELLE

di Marco Morselli

(Renata)

È ora di farsi un tè e cominciare a pensare alla cena. Questa casa è sempre più vuota. Il tappeto steso sul pavimento del soggiorno rende tutto più gradevole, come pensavo. Eppure ogni volta che lo guardo mi dà un senso di inquietudine. Erano sempre state rose, e ora le rose sembrano rane. Se le osservo dall’angolo che guarda alla porta della cucina sembrano proprio rane. Tutte le volte che esco dalla cucina vedo le rane avvilupparsi su quella trama dove aveva sbavato, per l’ultima volta, Pietro. Meno male che sono riuscita a pulirlo subito il tappeto, altrimenti mi sarebbero rimaste le macchie, e sarebbe stato un gran peccato. Guardo il telefono, ogni cinque minuti. Mi rendo conto che è diventata quasi un’ossessione, ma ho spesso l’impressione che qualcuno stia per chiamarmi. E chi mai lo farebbe? Qui in paese se hanno bisogno di qualcosa hanno quella brutta abitudine di presentarsi alla porta senza avvertire. A volte mi chiedo a cosa mi serva avere un telefono. È un apparecchio molto bello però, vintage. Come andava di moda qualche anno fa. Lo guardo e lo tocco. È liscio, di plastica, un bel beige chiaro con la pulsantiera bianca. Ma non credo nemmeno che funzioni più. Provo a fare un numero a caso. Alzo la cornetta. Ho le dita infreddolite e appena premo un tasto sento un brivido fino alla mano. Quale era il prefisso di questo posto? Zero, zero, cinque, quattro, e poi ah, tre, uno… Risponde sempre la stessa voce. Cordiale e flemmatica. Mi dice che il numero non può essere raggiunto. Altre volte mi ha detto che non è attivo. Altre ancora che non può rispondere. Una sinfonia di Beethoven, o Mozart, riempie lo spazio del sottofondo. Le prime volte era quasi gradevole. Non riuscivo mai a parlare al telefono con qualcuno, ma almeno potevo ascoltare la musica. A dire il vero non ricordo nemmeno il mio di numeri. Dovrei provare a farlo da un altro apparecchio. Di apparecchi pubblici non se ne vedono più però. Eppure mi sembrava di averci parlato, ogni tanto, con la signora Francesca. Ho una nebbia nella testa. Potrei anche giurare di averlo fatto. Ero proprio qui, seduta sulla poltrona damascata rossa e oro. Con il gomito destro appoggiato sul bracciolo. Avevo una camicia di seta con un fiocco sotto il colletto. Una gonna fumo di Londra. Le ginocchia appena scoperte. Che sfacciata! Parlavo di qualcuno che boh, io non me lo ricordo più.

La televisione per lo meno funziona. L’avevamo comprata con il telefono. Un televisore di quelli che andavano di moda un secolo fa. Con lo schermo leggermente convesso. Gli angoli smussati e le antenne. Non quelle tavole piatte sospese alle pareti che si vedono in certe riviste. Mi piaceva guardarci i vecchi film, in bianco e nero. Quelli con Clark Gable e Veronica Lake. “Le notizie sulla pace del mondo” ah, chi l’avrebbe mai detto. La pace nel mondo. Una volta si parlava soltanto di guerre, di missioni militari, crisi internazionali. Siamo stati così tanto vicini alla guerra atomica. Me lo diceva sempre Pietro, prima di addormentarsi. “Chissà domani, chissà”. Tutto poteva accadere in un attimo. Potevamo addormentarci e non risvegliarci più. Neanche la televisione avrebbe fatto in tempo ad avvertirci. C’è stato un periodo in cui ogni sera ci baciavamo come se fosse l’ultima. Io mi vedevo abbracciata a lui, sul letto, come certi calchi di Pompei. Nessuno però sarebbe venuto a vederci, studiarci, fotografarci, perché nessuno ci sarebbe stato dopo di noi. O almeno così si diceva. Ma è cambiato tutto, in poco tempo. Da quando siamo venuti qui. “Ci trasferiremo in campagna, vedrai che staremo al sicuro.”

“Ma come, Pietro? Cosa cambia stare in campagna o in città? Se dovrà accadere, accadrà ovunque, per chiunque.”

“Dammi retta, fidati” diceva. “Fidati Renata.” E siamo finiti qui.

“Iran e Stati Uniti festeggiano l’ennesimo anno di pace” una voce eccitata racconta nello schermo “i presidenti dei due paesi si sono incontrati a Tehran per la prima parte dei festeggiamenti, che qui proseguiranno tutta la settimana prima di spostarsi a Washington.” Che bello, i viali delle città iraniane con le bandiere a stelle e strisce. Il Campidoglio americano illuminato con i colori iraniani. Tutto così ordinato, tutto così pulito. I capi di stato si muovono senza scorta. Comparse con divise militari antiche, di rappresentanza. Non un’arma, se non caricata a salve. Non un’auto blindata. Gli uomini, le donne, i bambini ai bordi delle strade. Colmi di gioia a lanciare fiori. L’inno della pace eseguito dall’orchestra di Stato persiana. Come siamo arrivati a tutto questo?

Il tè è pronto. Se la signora Francesca fosse qui, mi direbbe di non preoccuparmi. Che qui sarebbe andato tutto bene, e se eravamo qui, c’era una ragione. Era sempre stata una donna rassicurante e razionale. Pietro ne era affascinato. Lui volle a tutti i costi che noi diventassimo amiche. Era piuttosto insistente delle volte. “Hai sentito la signora Francesca? Ci hai parlato?” mi chiedeva di punto in bianco mentre mi guardava fare le faccende, “dovreste vedervi più spesso. Invitala a bere un tè. Sei brava a fare il tè” e strizzava l’occhio sfogliando il giornale.  

Ricordo un lungo discorso che mi fece sull’amicizia femminile. Su come le donne si parlano anche senza dirsi una parola. “Non vedi com’è pura la signora Francesca?” Tutto questo interesse, però, non l’ho mai compreso fino in fondo.

 “E’stata scoperta la cura definitiva per il cancro” cavolo! Una cura per tutti i cancri. Il giorno in cui cancelleremo la morte è sempre più vicino. Hanno debellato quasi tutte le malattie. Ma allora il mio Pietro chi me l’ha portato via? Francesca, il giorno in cui Pietro si accasciò sul tappeto, si precipitò, tra le prime, qui da me. Arrivò poco dopo l’ambulanza. Io non potevo seguirlo mio marito, mi era impedito. Dovevo restare a casa. Lei mi disse che non dovevo preoccuparmi. Che tutto accadeva per una ragione. La ragione, noi umani, non la possiamo sempre comprendere. Mi fece un discorso sull’intelligenza e i suoi limiti. Sulla finitezza del cervello umano. Quel che ci sfugge è reale, anche se ci sfugge. Noi dobbiamo soltanto accettarlo finché non riusciamo a comprenderlo. E se non lo comprendiamo? Dobbiamo accettarlo e andare oltre. “Quel che non capisci, Renata, lascialo stare” mi sorrideva “sei felice qui? Sì. Questo è ciò che ti basta. Quello che basta a tutti quanti. Siamo tutti qui per lo stesso motivo.”

Eppure ne vedo in giro di persone infelici. Scontrose, scostanti, nervose. La sciroccata che sta con l’americano, quella, qui, che c’entra per esempio? E quello scoglionato che va in giro ad aspirare le rane? “Ma non lo vedi il sole? C’è sempre il sole” mi avrebbe detto adesso. Parlava del tempo quando voleva cambiare discorso. Un giorno, proprio in questa stanza, si lasciò scappare una piccola confessione: le mancava la pioggia. “Ma è piovuto poco tempo fa” le risposi, “sono piovute rane!”

“Ah sì, le rane.” Rideva lei. La stessa risata argentina di Pietro. Questo mi dava fastidio. “Guarda le previsioni del tempo Renata.” E sorrideva. Su questo però non aveva torto. Le previsioni hanno sempre annunciato tempo bello e soleggiato. Cieli puliti e qualche nuvola ad ornamento. Il sole sempre poderosamente al comando. Non c’erano né estate né inverno, e nemmeno autunno o primavera. Un’unica stagione, con temperature dolci e accoglienti. Nessuno sbalzo termico. Questo annunciavano ogni giorno le previsioni del tempo. “FN314, per domani preparate gli occhiali da sole prima di uscire. Sarà una giornata meravigliosa!” squilla la voce della televisione. Ancora oggi, come allora. Sole, sole, sole. Ma quando, ma come? Ci saranno state almeno dieci piogge di rane, o forse più.

Ho sempre avuto la sensazione che ci fosse qualcosa che non torna. Qualcosa che disturba la perfezione di questi luoghi. Di queste vite. Ma più ci penso e più mi sfugge. Il dottore mi dice di stare attenta, che può essere la pressione. Mi ha dato delle pasticche. Quando c’era Pietro, lui mi ricordava sempre di prenderle. “Renata, hai preso la pasticca?” Con lui non ne ho mai saltata una. Ma da un po’ di tempo non ci faccio più tanto caso. Qualche volta la prendo, qualche volta no. Fuori dalla finestra, le case con i fiori alle finestre, il sole che bacia le statue di cotto nei giardini, la strada pulita, gli uccelli che rumoreggiano senza farsi vedere. È come un pavimento appena lucidato. Con qualcosa che non va. Una fuga non perfettamente pulita. Una briciola sfuggita al mio potente aspiratutto.

Qualche volta ho pure la sensazione che la televisione si accenda da sola. Sarò io che regolarmente mi siedo sul telecomando. “Oggi hanno approvato la legge che raddoppia la pensione a tutti i cittadini” avremo qualcosa in più da spendere adesso. Mi compiaccio. Ma dove avranno trovato i soldi? Non ricordo di recenti dibattiti sul tema. La telecamera spia dall’alto il Parlamento. Sono tutti seduti al loro posto. Applaudono all’unisono. Non ci sono voci che si accavallano. Non riconosco più nessuno. Prima c’era Pietro. Lui era sempre attento a tutte le vicende di partiti, movimenti, e così via. Ora è tutto quasi artefatto per me. Centinaia di uomini e donne, tutti uguali. Sobri nei gesti, affabili. Non ricordo nemmeno chi ho votato l’ultima volta. Non ricordo se ho votato. Non ricordo quando è stata questa ultima volta. “Evviva il nostro Presidente del Consiglio!” Seguono applausi scroscianti. In sottofondo pare di sentire una sinfonia. Una musica di pace e di serenità. Gli archi portano avanti un movimento pacifico ma sostenuto. La notte è lucida e definita. Sì, lo hanno detto le previsioni che domani sarà un’altra bellissima, meravigliosa giornata piena di sole. Non pioveranno rane. Sono tutte dentro lo schermo. Come in un acquario. Non vengono dal cielo, allora. Vengono da lì? Non ci devi pensare Renata, devi essere felice. Sei qui per questo. Siamo tutti qui per questo. Domani ci sarà il sole e nulla più. Prendi le pasticche.  

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