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Un ventaglio di parole, chiacchierando di traduzione con Valerio Nardoni

di Caterina Corucci

Entro in punta di piedi nella bella stanza affrescata, sono in grande anticipo sul nostro appuntamento e non voglio disturbare la sua lezione, quindi prendo posto in una sedia libera dell’ultima fila, dietro i molti allievi che stanno prendendo appunti.

Valerio Nardoni, Premio Speciale Nazionale per la traduzione 2017, è ispanista, traduttore di Cervantes, García Lorca, Neruda, Salinas, Crespo e Sánchez Robayna; ha tradotto numerose raccolte di poesia spagnola ricevendo diversi riconoscimenti importanti. Guardandolo penso che è davvero giovane per il suo curriculum, considerato anche che oltre ad altri scritti ha pubblicato una monografia in spagnolo su Cervantes, scritto un romanzo e una raccolta poetica. Attualmente è docente di “Lingua e traduzione spagnola, Strumenti digitali per la traduzione” all’Università di Modena e Reggio. Però oggi è sabato e il sabato tiene il corso di traduzione e poesia alla Scuola di Scrittura creativa Carver di Livorno.

Nardoni è in piedi davanti ad una grande scrivania, parla con un brillante accento fiorentino che rende avvicinabili anche gli argomenti più ostici, e quando ribadisce un concetto guarda l’allievo di turno e chiede se “gli torna”. Ora sta indicando qualcosa proiettato sul telo alle sue spalle, si tratta di una poesia di Emily Dickinson.

«Come tradurre letteralmente Frog e Bog  senza perdere la rima?» Chiede Nardoni (e intanto io penso che ho fatto bene a venire in anticipo). «Il testo ha un contesto e un’intenzione – continua -, che nella poesia può essere anche un’intenzione estetica. Se traduco letteralmente: Rana e poi  Stagno perdo il suono ma tengo il significato, se non voglio perdere il suono posso pensare a parole che facciano rima con Rana e usarle ricostruendo la frase in modo nuovo per recuperare il concetto. Quindi sarò stato fedele al testo? Sarò stato leale? Dipende.»

Più tardi, davanti a tre Menabrea, riprendiamo il discorso. Tre perché ci ha raggiunto un’allieva di Nardoni, Marzia Torri, che più tardi si rivelerà preziosa; quindi do il via al registratore.

Parlavi di lealtà al testo.

«La lingua è una pratica della comunicazione attraverso parole, ma non si tratta di parole nel dizionario: sono parole in un contesto, prima di tutto semantico, dell’ambiente. La stessa parola, per esempio Matusalemme, scritta in un libro sacro acquisisce un significato diverso che se detta per strada, dove può acquistare un significato parodico e deve essere tradotta in un altro modo, oppure ancora un altro se viene tradotta in un contesto culturale dove non si sa nemmeno chi sia Matusalemme.

Anziché tradurre la stringa di parole io devo tradurre l’atto comunicativo. Allora sarò leale al testo».

Quindi va tradotta anche l’intenzione?

«Il testo ha un contesto e un’intenzione, che nella poesia può essere anche un’intenzione estetica come la rima (frog-bog). In poesia la semantica e l’aspetto fonico sono fusi più che in altri generi. Il suono è portatore di significato, e non va trascurato sennò si perde buona parte della traduzione. Casomai si può ricostruire la frase in maniera diversa per riportare una rima al suo posto. Ecco perché la traduzione, nel caso letterario è un’operazione creativa. Ti torna?»

Mi torna. Detto così, sembrerebbe più difficile tradurre la poesia della prosa.

«Non proprio. La poesia è più impegnativa per la scelta della singola parola, il ritmo, le sillabe, la metrica, l’accento. La prosa è più impegnativa culturalmente; occorre sapere bene la cultura d’arrivo, il gergo, il parlato, il contesto.

Diversa è la traduzione tecnica dove esiste un linguaggio universale. In un testo scientifico puoi non preoccuparti di tradurre sale in salt, sel, o salz: si scrive NaCl e va sempre bene.»

Cosa significa che spesso si legge il “traduttese”?

«Quando la traduzione non tiene conto del contesto e non ha specificità di linguaggio, non tiene conto dei dialetti e della cultura di arrivo, si ha quello che viene chiamato il “traduttese”, cioè, per dirla con il traduttore e poeta Buffoni, una lingua “pastorizzata”».

Come imposti le tue lezioni?

«La prima cosa da far capire è che la parola è un’entità più ampia di quella che si trova nel dizionario e occupa degli spazi che il traduttore può esplorare. Tutti, anche quelli al di fuori del dizionario. Ai miei alunni faccio fare il “ventaglio”, per esempio prendiamo la parola NOIA».

Nardoni disegna un ventaglio. Al centro scrive NOIA, a sinistra mette una E, a destra una V. Poi mi dice: «Adesso dimmi NOIA con una parola educata e una volgare, e nel mezzo le varie sfumature. Lo sai fare?»

Non so non l’ho mai fatto ma posso provare, per esempio secondo me qui, vicino alla fine c’è una cosa tipo “che rottura…”

«No, “che rottura…” non sta neanche a tre quarti, si può andare molto oltre. Devi capire in che contesto è stata detta quella parola e tradurla secondo una temperatura. E ci vuole buon senso. Devi conoscere bene l’italiano e sapere fino a dove puoi spingerti, il limite oltre il quale quella parola diventa un’altra parola. Pensa al diagramma di Venn. Ti torna?»

Mi torna.

Ho un flash dei quaderni di matematica di mia figlia, se non erro il diagramma di Venn è quello che mostra elementi di un insieme che sono in relazione anche a insiemi diversi. Cose che stanno qui ma, per certi versi anche un po’ di là; limiti netti eppure quasi indefiniti.

«E’ come oltrepassare un velo».

Giuro che lo ha detto con amore. Con vero amore per le parole.

Quanto è importante per un traduttore conoscere l’autore?

«È un fatto novecentesco: oggi è facile incontrare gli autori, ed è molto importante conoscere i loro modi di dire, le loro “sfumature”, per andare all’intenzione del testo. Prima non era così. Pensa a quelli che hanno tradotto la Bibbia, hanno interpretato la parola di Dio. E’ il libro più tradotto ed è quello tradotto da più tempo. Si mette all’inizio dei manuali di storia della traduzione».

In uno dei tuoi corsi insegni “Strumenti digitali per la traduzione”, cosa vuol dire?

«Gli strumenti digitali sono vari: i Dizionari on-line, le memorie di traduzione, Google e i traduttori automatici. Google traduttore ha imparato, è diventato bravo. Anni fa traduceva parola per parola, oggi la cultura di Google ha una memoria portentosa, tutto quello che ci metti, lui poi se lo ricorda. Ritrova se quella parola è già stata tradotta, se era in quella frase e quindi se fa riferimento allo stesso contesto, poi ricostruisce la traduzione. Prima parola per parola, poi frase per frase, poi le frequenze d’uso».

E i proverbi o i modi di dire, come si traducono?

«Bisogna trovarsi a metà strada, vedere se il proverbio tradotto letteralmente funziona, sennò cambiare le parole affinché torni. In inglese per dire che piove molto si dice “It’s raining cats and dogs”, è ovvio che in italiano è meglio tradurlo con “piove a dirotto” piuttosto che con “piovono gatti e cani”. Se in cinese per dire vengo subito si dicesse una cosa tipo “vengo a cavallo”, una buona traduzione potrebbe essere “vengo di corsa”. Alla fine se perdi le parole recuperi in significato. Si tratta sempre di compensare, usando quel buon senso di cui parlavamo».

Come sei arrivato a fare il traduttore?

«Prima ho tentato di fare l’artista: ho provato a dipingere, ho provato a suonare, ho provato anche a cantare, sperando che qualcuno mi dicesse che ero nato per quello. Ma non me l’hanno detto. Poi per caso mi è capitato di fare qualcosa legato alla traduzione della poesia il mio professore, Gaetano Chiappini, mi disse che ero nato per fare il traduttore. Ho studiato, e adesso lo faccio da vent’anni».

La cosa che ti è piaciuta di più tra quelle che hai tradotto, e quella che ti è piaciuta di meno?

«Un unico libro per entrambi i casi, Largo Lamento di Pedro Salinas, tradotto in due tomi. Il primo tomo si intitola “Amore, mondo in pericolo” ed è l’ultimo libro che ho tradotto insieme al mio professore perché poi è morto. Io traducevo solo per lui e solo con lui. Il secondo tomo si intitola “Il corpo favoloso”; mancando il mio professore l’ho tradotto da solo, e segnando un inizio, ne ho un bel ricordo. L’ultimo con il mio professore e il primo da solo: il ricordo più brutto e il ricordo più bello. In un unico libro».

Se non sbaglio è per quel libro che hai ricevuto il premio LILEC del dipartimento di Lingue dell’Università di Bologna.

«Sì. Tra l’altro in questo libro c’è un esempio bellissimo. Nella poesia numero sei, nel primo volume “Amore, mondo in pericolo”, Salinas parla di un albero che consegna al momento giusto il suo messaggio scritto su una foglia, e chiede alla donna, appunto, se si ricorda di una certa hoja (“foglia”) che cadde al suo passaggio, un tenero rumore sulla terra con le sillabe infrante del suo nome.

Estoy seguro de que, por no ir pensando en mí, la confundiste con cualquier hoja de esas que editan por millones los otoños para hacer propagandas de lo ausente”, cioè: “Sono certo che tu per evitare di pensarmi hai confuso quella con qualunque altra foglia che gli autunni redigono a milioni per fare propaganda dell’assenza”.

Come tradurre quel propagandas evitando parole poco “poetiche” come “propaganda”, o “pubblicità” che una traduzione meramente letteraria e poco “coinvolta” indicherebbero? Considerando che in spagnolo la parola hoja significa “foglia” (dell’albero) ma anche “foglio” (su cui scrivere) – coincidenza su cui si gioca l’effetto della poesia originale -, cercando di fare una buona traduzione si dovrà cercare la parola che sta al limite e collega queste due parole, che sia portatrice dell’intenzione di recare il messaggio (come su un foglio di carta), e quella di volare (come una foglia che cade dall’albero)».

Marzia Torri, interviene e dice “volantini!” E Nardoni si illumina.

«Esatto. Una buona traduzione si spingerà al limite del ventaglio di significanti e troverà la parola volantini, decisamente migliore di propaganda: “ Sono certo che tu per evitare di pensarmi hai confuso quella con qualunque altra foglia che gli autunni redigono a milioni per fare volantini dell’assenza”. Diversamente, il traduttore è costretto ad inserire una nota esplicativa, ma in una poesia sull’impercettibile e inesorabile fine di una storia d’amore suonerebbe davvero come una stonatura.

Nei miei corsi avviene proprio questo: si parla insieme di una parola da tradurre, a volte per ore, perché sentiamo che stiamo per oltrepassare il velo, ma ancora non ci siamo. Poi dalla discussione esce fuori una parola. E senti questa – si sporge leggermente verso di me con fare ammiccante -: il giorno che imparerò bene lo spagnolo – che detto da lui è un’eresia- smetterò di fare il traduttore. A quel punto non vorrò più tradurlo, capisci? Se non ci combatto, non mi può venire. La traduzione è un universo vicino, ma un altro universo. Il difficile per un traduttore è proprio questo: capire il contesto, poi astrarsi da esso e andare a cercare altrove. Come diceva il poeta Mario Luzi: prima, fedeltà alla lettera, poi liberarsene, con un colpo d’ala».

Sull’ultima frase mi arriva un messaggio sul cellulare, chiedo scusa ma devo rispondere a mia figlia che vuole andare a cena fuori a tutti i costi e io le avevo già detto di no; adesso mi scrive: “dai mamma non rompere… (faccina che ride)”.

Nardoni mi fa notare che mia figlia ha usato un emoticon per meglio tradurre la sua intenzione: il suo non rompere non è una mancanza di rispetto, casomai una furbata, visto che ha messo la faccina che ride. Senza gli emoticon si potrebbero tradurre (interpretare) male un sacco di messaggi, insomma, forse prima che inventassero gli emoticon la gente litigava di più.

«Vedi – mi dice -, il traduttore deve scrivere con gli emoticon senza usarli. E comunque – e qui finisce la sua birra – tutti noi siamo traduttori: mentre chiacchieriamo si traduce un sentimento, un pensiero. Ti torna?»

Penso a mia figlia e al suo messaggio e dico che sì, mi torna.

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