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ep.6 Pensiero fisso e polpette

Introduzione di Ivan Nannini

Una signora si aggira per il paese con il suo cane al guinzaglio. L’avete riconosciuta? Eppure ogni giorno la trovate dietro il bancone in macelleria… sì, lo so, tolta la cuffia e il grembiule non è facile da individuare. Neanche Juri, nonostante passi spesso dal negozio, l’ha riconosciuta. Sarà per i capelli ricci, oppure per l’abbigliamento casual? Oggi sembra molto indaffarata, forse è in ritardo, suo marito la starà aspettando, d’altronde è lei che pensa alle produzioni più complesse, agli ornamenti e alle polpette. Cosa dite? Mai assaggiate le polpette di Teresa? Dovete rimediare subito, dicono che sono speciali!

Buona lettura con il sesto episodio della serie, rappresentato in copertina da un disegno di Elena Liverani.

EPISODIO 6: PENSIERO FISSO E POLPETTE

di Caterina Corucci

(Teresa)

Orange mi sta tirando verso un cumulo di rane che ancora non sono state tolte dalla strada, l’odore di bestia e di sangue risveglia il suo istinto cacciatore, solitamente nascosto dietro un paio di occhi dolcissimi e una montagna di pelo color miele. Ma non sono quelle morte che ci interessano, Orange lo sa che se mi aiuta a trovarne di vive senza dargli addosso, per lui ci sarà un premio.
“Bravo Orange, c’è qualcosa che si muove là in mezzo, stai indietro ora, la prendo io.”
Mi guarda infilarmi i guanti, prendere la bestia sofferente e metterla nella borsa di stoffa, poi aspetta il biscotto; glielo do perché ha fatto un buon lavoro e per scusarmi che stamani non si gioca con la pallina. Capita sempre più spesso che io non abbia tempo per giocare con lui, o voglia, o testa, sempre con il mio pensiero fisso a cercare segni che mi facciano sperare, a osservare e restare delusa ogni volta, per poi cambiare strategie, prendere appunti, sperare di nuovo.
Torno verso casa a passo veloce zigzagando tra le pozze sanguinolente e maleodoranti, che poi quel viscidume si attacca ai vestiti e non c’è verso di mandarlo via; ma sul portone di casa devo comunque lavare le zampe del mio golden retriver usando la tanica d’acqua che avevo lasciato pronta.
A casa sistemo la rana ferita in una cassetta di legno e sveglio Camilla, oggi entra alle dieci perché manca il professore di latino. Alzo di poco l’avvolgibile e la luce primaverile filtra gentile nella stanza, aspetto che lei esca dal sonno carezzandole i capelli nerissimi, è una delle poche occasioni che ho per entrare nel suo spazio, e ne approfitto.
“Buongiorno – le dico all’orecchio –, io sto andando in bottega, ci vediamo a pranzo, mi raccomando metti le scarpe di gomma che le strade non sono ancora pulite per bene”.
Si allunga nel letto, con i piedi arriva fino in fondo ormai, e annuisce. Continuo a parlarle.
“Ne ho trovata una che non è messa male, l’ho chiusa nella cassetta, quando torni da scuola potrai occupartene”.
Mi guarda, spezzando di colpo il filo dei sogni, mi pianta gli occhi negli occhi ma senza espressione, e io capisco che sono già fuori dal suo spazio. Esco anche dalla stanza, faccio una carezza a Orange che mi guarda scontento per via delle zampe ancora umide, e scendo di nuovo in strada.
Oggi sono in ritardo ma mio marito lo sa, dopo una pioggia di rane come questa ho il mio bel da fare.
Sono la moglie del macellaio qui a FN314, abbiamo una bella bottega e tanti clienti affezionati, lavoriamo con passione. Macelleria da Paolo e Teresa: lui si occupa dei tagli e delle disossature, io delle preparazioni pronto-cuoci per chi non ha tempo o voglia di fare un polpettone o riempire due zucchine. Paolo alle cinque del mattino è già al lavoro, tira fuori la carne dalla cella frigo e la dispone nella vetrina del banco, taglia le bistecche, prepara il tacchino a fette sottili che mi serviranno per gli involtini. In questo posto la gente ha uno strano rapporto con la carne, i giorni che piovono rane è nauseata, allora bisogna saperla presentare, farcita con verdure o con formaggi, a volte la abbellisco con margheritine di campo; il pollo poi, proprio non va in quei giorni, il suo sapore ricorda troppo quello delle rane, così lo facciamo ripieno e speziato: curry, curcuma e pepe. Le polpette invece vanno sempre, le nostre polpette sono famose, vengono anche da fuori a comprarle, dicono in giro che abbiamo l’ingrediente segreto, e noi zitti, lasciamo che lo pensino.
Arrivo in bottega che Paolo è nervoso, lo so, non approva quello che facciamo con le rane, più che altro non pensa che sia la cosa giusta, ma alla fine non importa, tanto me ne occupo io.
Entrando saluto la signora Nina distogliendola dai progetti che le impegnano la fronte; arriva sempre senza un’idea precisa, analizza la merce esposta, elabora il menù poi calcola pesi, porzioni e calorie. Un tempo mi pare progettasse aerei, adesso progetta pasti.
La badante della vecchietta che sta al numero 26 non mi piace, secondo me frega soldi sulla spesa alla signora, ha una brutta faccia, prende il resto con occhi avidi e se ne va senza salutare.
Paolo ha già preparato gli hamburger di manzo e spinaci che compra sempre quel ragazzo, quello che fa il giardiniere; non che ci fosse fretta, il ragazzo viene sempre verso mezzogiorno, ma lui deve farmi pesare che sono arrivata soltanto adesso.
Raccolgo i capelli nella cuffietta e indosso il grembiule amaranto, il colore del grembiule l’ho scelto io, non si vedono le macchie di sangue. C’è gente che se mi vede per strada con i ricci castani e i jeans neanche mi riconosce, come se io fossi solo questa, un mezzo busto di là dal banco, vestita di amaranto. E alla fine penso che di me sia davvero rimasto questo e poco altro: una cuffietta e un grembiule, e un pensiero fisso.
Mi lavo le mani e mi metto di fianco a Paolo, al mio posto. Io sto a sinistra, mi muovo più liberamente vicino al ripiano con gli ingredienti per le farciture e il lavello, lui a destra, vicino alla cella frigo.
Non è facile lavorare in macelleria, gomito a gomito tutto il giorno con un uomo con cui ti ritrovi gomito a gomito anche a casa, anche a letto. Alla fine gli spazi sembrano tutti uguali e si parla delle ordinazioni di filetto anche quando guardiamo la tivù o mentre portiamo Camilla dal dottore.
Il dottore di nostra figlia è uno psicologo. Questo è il terzo che prova a risolvere un problema che statisticamente si risolve in tempi brevi, ma lo affronta in modo diverso dagli altri perché con lei niente di già sperimentato sembra funzionare.
Camilla vede psicologi e psicoterapeuti regolarmente da quando ha deciso di smettere di parlare, dopo essersi trovata sotto la prima pioggia di rane. Aveva sette anni e la frangetta, e quando rideva strizzava gli occhi come una giapponese.

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