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ep.4 La prima pioggia

Introduzione di Ivan Nannini

Negli episodi precedenti abbiamo conosciuto Juri, Nina, e Nello. Tutti presi dalle loro faccende quotidiane. Nina in una fase di stallo lavorativa, Juri nella sua indolente tranquillità, Nello alle prese con la pulizia delle strade e con i suoi segreti inespressi. Nessuno si è accorto della signora alla finestra? È normale, lei se ne sta affacciata con la luce spenta, lei osserva le rane cadere dal cielo, osserva anche voi, certo non con la stessa attenzione, ci mancherebbe. Avete sentito le ultime notizie? Sì, lo so, le notizie sono frammentarie, come del resto i voli e la linea del telefono. Quello che vi posso dire è che la vita continua, che la gente sopravvive e sta cambiando le proprie abitudini, e che tutto alla fine rientra nella normalità, con l’abitudine. Cosa dite? Se c’è la pace nel mondo? No. La guerra da qualche parte c’è sempre, c’è sempre stata e forse ci sarà anche in futuro. Ma questa è un’altra storia. Adesso aprite bene gli occhi e osservate Renata, è lì sulla cassapanca, nella penombra, dietro la finestra.

Buona lettura con il quarto episodio della nostra serie, rappresentato in copertina da un disegno di Rosario Gulli.

EPISODIO 4: LA PRIMA PIOGGIA

di Marco Morselli

(Renata)

Adoro il rumore che fanno le rane quando sbattono sul tetto. L’ho sempre adorato. Trovo che sia uno dei rumori più rilassanti che la natura, o chi per essa, ha deciso di donarci. Magari le rane piovessero più spesso di notte. Quando sento il primo tonfo, mi precipito, per quanto posso, alla finestra e mi accomodo sulla mia bella cassapanca che una volta stava appoggiata vicino al caminetto, ma che con diverse e sonore scalciate sono riuscita a portare fin sotto il davanzale. Mi siedo proprio qui, e se sono fortunata come oggi ho anche una tazza di tè bollente in mano. Me lo preparo quando faccio le ore piccole, mischio la cannella con lo zenzero, aggiungo due chiodi di garofano, verso l’acqua sul tè nero e ci tuffo una ciliegia candita, un goccio di brandy se voglio togliermi lo sfizio. Lo sorseggio tenendo la tazza con tutte e due le mani, voglio assorbirne tutto il calore possibile fino alle ossa, e aspetto l’alba. Ormai sono anni che quasi non dormo. Mi assopisco giusto un attimo la sera, dopo aver cenato, e mi risveglio intorno all’una. So che tanto non mi riaddormento più e allora mi faccio il tè, che mi accompagna mentre leggo un libro o mi metto a cucinare qualcosa. Ma quando piovono le rane si ferma tutto. Ed eccomi appoggiata alla finestra, la spallina della vestaglia che scivola sul vetro inumidito, la tempia destra appoggiata sul montante. Tengo la luce spenta, fuori vedo un uomo aprire un ombrello di metallo. Hanno cominciato a venderne tanti da quando piovono le rane. Quelle bestioline sbatacchiano sulla superficie d’acciaio risuonando, secche, su tutta la via. L’uomo accelera il passo cercando di mantenersi sul marciapiede mentre una macchina gli sfreccia accanto. Il rumore delle rane schiacciate dalle gomme arriva fin qui. L’inquilino della casa di fronte è sveglio. Dalla finestra socchiusa si apre una luce debole disturbata da una sagoma. Se ne sta lì a guardarle con circospezione. Che abbia schifo? O paura? Come si fa a non apprezzare un suono così ovattato e rigenerante? La gente è proprio strana.

Questa cassapanca però è sempre più dura. Come mi sposto un attimo lo spigolo di legno mi taglia di netto il sedere. Un vecchio ammasso di ossa e grasso che oramai non trova pace da nessuna parte. Nemmeno nelle poltrone del soggiorno. Eppure non sono grassa. Non lo sono mai stata. Piacevolmente formosa sì, con le curve al punto giusto. Pietro me lo diceva sempre, se non avessi avuto le curve al punto giusto non mi avrebbe mai sposata. Ma grassa no, perché a lui le grasse non piacevano. Ci penso sempre quando mi siedo sulla cassapanca. L’ultima volta che ci siamo parlati è stato durante una tempesta di rane, violenta forse come questa. Ma era una delle prime, fino ad allora non si erano mai viste. Se ne sentiva parlare, come di leggende metropolitane. C’erano state anche piogge di pesci, perfino una pioggia di mucche. Si diceva che fossero gli uragani a risucchiarle da qualche parte per poi lasciarle precipitare a chilometri di distanza.

“Renata, Renata, vieni a vedere!” Mi urlò lui mentre stavo in cucina a preparare i biscotti per le amiche del burraco.

“Cosa c’è, Pietro? Ho le mani impastate di frolla…”

“Vieni qui! Senti che baccano!” Quando mi affacciai nel soggiorno me lo ritrovai a saltellare eccitato davanti alla finestra di fianco al divano.

“Ma che fai? Ti sei rimbecillito?”

“Ma non lo senti?”

“Cosa?” E mi fece cenno indicando il soffitto. Agitava su e giù l’indice della mano sinistra. Iniziai a fare caso a un ticchettio. Un ticchettio che diventava sempre più forte, impetuoso, violento.

“Guarda, vieni qui” insisteva, e abbassò la voce quasi volesse svelarmi un segreto.

Mi avvicinai. Pietro mi prese la mano destra e mi trascinò a sé. Così mi trovai con lo sguardo rivolto alla finestra che si apriva sul giardino. Ciaf, splat, stonf.

“Ma che sono Pietro?” Mi sfiorai la bocca con la mano libera. Sgranai gli occhi. “Rane?”

“Sì, rane!” Mi guardò colmo di soddisfazione. E non so dire neanche ora, a distanza di anni, se mi inquietava più la sua reazione o quell’acquazzone di anfibi sul manto erboso da poco rasato del nostro prato.

Allungai il collo fino al vetro, volevo alzare lo sguardo al cielo. Doveva essere uno scherzo di qualcuno appostato sul nostro tetto. Non c’era spiegazione. Sì, le storie degli uragani, dei tornado. Ma qui uragani e tornado non c’erano mai stati. Non si erano mai visti pesci volare, né altri animali od oggetti. Al massimo, di tanto in tanto, pioveva sabbia, insieme all’acqua. Lasciava una patina granulosa e rossastra sui cofani delle auto e ci voleva una buona ripassata con l’idropulitrice prima di passarci sopra un panno morbido e del detergente. Ma quelle rane da dove arrivavano? E come si sarebbero dovuti rimuovere i piccoli detriti marcescenti lasciati da quelle creature?

Scrutavo il cielo. Un colore biancastro, indefinito, costellato da migliaia di puntini neri. Decine di migliaia di pallini scuri che lì per lì mi ricordarono fiocchi di neve, grassi e morbidi. Mano a mano che venivano giù si facevano più grossi e prendevano una vaga forma animale. Minuscole propaggini, simili a zampette. Quattro zampe. Corpicini verdi. Erano proprio rane e piovevano dal cielo! Ne seguivo il volo, o meglio la caduta, e abbassavo lo sguardo. Eccole là, spiaccicate sull’erba sotto il davanzale. E poi sul marciapiede. La strada era coperta da un tappeto di cadaverini. Sangue ovunque.

“E ora chi le toglierà via?”

Pietro mi guardava ridacchiando. “Appena finiscono di cadere usciamo fuori e ne prendiamo a cassettate intere. Sai che frittura!” E ingolosito all’idea cercò di individuare, tra le rane precipitate sul giardino, quelle ancora abbastanza integre.

“Ma chi le pulisce, Pietrino?”

“Renatina, si cercherà su Internet. ‘Come pulire le rane per friggerle’, ci sarà un tutorial di qualche chef. Ma lo sai quanto sono buone le rane fritte?”

“No Pietro, non lo so” risposi “a dire il vero mi fanno anche abbastanza ribrezzo. Ma poi raccattarle in tutto quel macello.”

Pensai al lavoro che mi sarebbe spettato. Incidere quei corpicini ancora umidi, lisci. Staccarne le zampe. Spellarle. Ciaf, splat, stonf. E poi c’era il giardino da ripulire. E il tetto. Immaginarsi quei cadaveri putrefatti seccarsi sotto il sole. Che c’era di bello in tutto questo, mi chiedevo.

Fu proprio mentre sprofondavo in quei pensieri di ordine, pulizia e cucina che sentii la mano di mio marito scivolare via dalla mia. E un tonfo sordo sul tappeto. Lo guardai stendersi sul pavimento, con la mano sinistra rivolta ancora verso di me. Fissai i grumi di frolla bagnata sgretolarsi sul mio persiano da migliaia di euro. Il primo istinto fu quello di tirar via quelle briciole di pasta da quelle trame di lana e seta geometriche che si intrecciavano seguendo il contorno del tappeto, e incorniciavano dei meravigliosi disegni floreali color panna e turchese. Su quei fiori giaceva Pietro, con la bocca spalancata e un rivolo di saliva che scendeva dal lato sinistro e che era lì lì per colarmi su un arabesco. Lo spray, la spugna in microfibra. La vista di quella sgradevole secrezione sul punto di insinuarsi tra i nodi del tappeto mi faceva pensare solo a come sbarazzarmi di quello sporco il prima possibile. Quando fosse stato tutto pulito ed in perfetto ordine, solo allora mi sarei potuta occupare di mio marito. Del resto lui mi amava anche per come curavo la casa. La casa è il più importante biglietto da visita, diceva, quando mi comunicava di aver invitato a cena dei colleghi o dei superiori.

Il suo corpo sussultava accasciato tra le rose azzurre di Na’in. Se fosse morto in quel momento, non avrebbe potuto trovare giaciglio migliore. Elegante, di gran gusto. Il mio primo dovere da buona moglie era quello di rimuovere tutte le impurità provocate dalla sua caduta. Mi armai quindi di spugne, stracci, detersivo e rimossi con cura i grumi bagnati della pastafrolla e poi strofinai a dovere un panno accanto alla sua bocca, strusciando bene bene sull’ordito. Allora mi fermai a guardarlo, i suoi occhi puntati su di me, le labbra aperte e leggermente sfigurate, un piacevole odore di fiori si levava dal tappeto e mi riportava la mente alla nostra luna di miele in Iran. Eravamo giovani e felici. Pietro mi faceva foto dappertutto, diceva che con il foulard ero ancora più affascinante. Il viso avvolto nello hijab metteva in risalto i miei occhi chiari, il naso mediterraneo, la bocca marcata dal rossetto. Di quel viaggio conservo quasi solo foto di me. Io tra i sassi di Persepoli, io davanti alla moschea di Isfahan, io che sorrido sotto una gigantesca immagine di Khomeini con gli occhi traboccanti di rabbia alle porte di un mercato nel centro di Tehran. Questa mi ha sempre fatto molto ridere. Una delle pochissime foto fatta insieme ci ritrae accanto a delle vecchie signore velate di nero impegnate a tessere un tappeto in un’antica bottega di Na’in. Il tappeto che poi ci eravamo fatti spedire a casa, una volta finito. “Questo tappeto è ordinato ed elegante come te” mi disse Pietro. Ero ordinata ed elegante, lui mi vedeva così. Tutto doveva essere ordinato ed elegante intorno a me, intorno a noi due. Per questo continuai a pulire il tappeto mentre i suoi occhi vacillavano nel vuoto. Verso di me, ma senza trovarmi. Una volta sistemato il lavoro, portai via panni, cenci e detersivi. Poi tornai in soggiorno, e in piedi, dall’alto, controllai il risultato nuovamente. Il tappeto era pulito, mio marito, steso in diagonale, occupava parte del disegno centrale. I lati erano rimasti perfettamente allineati con i mobili e la finestra, nonostante la caduta. Potevo dirmi soddisfatta.

Ripenso sempre a quel tappeto ogni volta che sento piovere le rane. Anche ora che non trovo pace su questa cassapanca durissima. Il tè si sta raffreddando e la ciliegia candita si è quasi sciolta. Ha impregnato la tazza con una dolcezza che ormai tollero a fatica. È giorno. Sulla strada arrivano gli addetti del comune a ripulire. Il vecchio aspiratore di rane è davanti al mio vialetto. Il rumore di quell’aggeggio mi rilassa tanto quanto la pioggia. È rassicurante, anche se per molti è solo un rumore fastidioso. Il bambino della vicina corre per la via, dietro al vecchio, e si siede sulla panchina accanto a quello sciroccato della casa di fronte. Urlano, ma non capisco una parola. Tra di noi il suono dell’aspiratore che ingurgita ranocchi morti. Chissà quanti ne riesce a risucchiare per volta. Prima che il sole sia alto, la strada deve essere pulita. Questo è importante. Non mi piace quando la strada è sporca o disordinata. La pioggia di rane mi piace, sì, ma dopo bisogna rimettere a posto. Poi se quell’americano la smettesse di disturbare il vecchio. Pulire è una cosa seria. Finalmente l’ha capito, se ne va. Ah, la moglie dell’americano, che strana pure quella, ma sarà il modo di uscire per strada così? Si vede che ha vissuto nella barbarie per un bel po’. Ordine ed eleganza prima di tutto. Me lo ripeto sempre, per il mio Pietrino. Questa cassapanca è davvero scomoda. Devo ricordarmi di prendere l’artrosil.

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