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Perché non bisogna aver paura di Guerra e Pace (e perché leggerlo)

Inizio questa rubrica col botto. Anzi, con un tuffo.

Quando imparai a nuotare avevo quattro anni. Il maestro di nuoto mi lanciò dal bordo piscina sul lato più profondo della vasca, davanti agli occhi atterriti di una madre e di una nonna che mi vedevano ancora starnazzare nella piscina bassa insieme agli altri bambini. Non avevo paura dell’acqua, e dopo quel “battesimo” capii che non avevo paura nemmeno dell’acqua alta. Non toccare non era un problema, il corpo è programmato per galleggiare, è una capacità che ci permette, tra l’altro, di difenderci in alcune situazioni di pericolo. Così come il cervello umano è programmato per leggere, un’altra fondamentale capacità di evitare o di saper gestire i pericoli. Leggendo ci difendiamo da uno dei pericoli più insidiosi della nostra epoca: l’ignoranza. Leggere una, cento, mille pagine; non c’è differenza. Così come non ce n’è tra l’acqua bassa e l’acqua alta: alla fine ci si galleggia sempre allo stesso modo. Quello che a volte ci frena quando ci troviamo davanti una lettura lunga e impegnativa è un insieme di circostanze, che spesso si traducono in un senso di smarrimento.  Ma basta cominciare, un poco alla volta. L’importante è non demordere, e non limitarsi ad un solo tentativo. Nessuno ci sta col fiato sul collo, nessuno ci vede, nessuno ci giudica. Partiamo da qui, nessun romanzo deve farci paura. Men che meno Guerra e Pace.

La prima volta che ho preso in mano Guerra e Pace avevo tre anni. Si trattava di un’edizione in quattro volumi, dalla copertina rigida, che usavo, insieme ad altri tomi ospitati negli scaffali più bassi della libreria di famiglia, per costruire un giorno un castello, un altro giorno un fortino. Mi ci barricavo dentro e aspettavo che qualcuno mi scoprisse.

La seconda volta avevo sedici anni, e quei quattro volumi erano sempre lì. Gli ardori adolescenziali di un liceale classicista presero il sopravvento e mi tuffai nella lettura. Arrivai alla fine del primo, circa un quarto del percorso. Ma si sa, a quell’età le passioni sono come fuochi fatui. E così in un pomeriggio qualunque Nataša e il Principe Andrej finirono nel dimenticatoio, lasciando spazio a letture più fresche.

La terza volta ero all’Università. Avevo deciso che l’unico modo per affrontare quel monumento della letteratura era comprarlo. Rinunciare ad una pizza e acquistarne una copia in libreria. Comprai l’edizione in due volumi di Einaudi. Per un totale di quasi mille e cinquecento pagine. Ma soprattutto la parte in francese lasciata in originale. Tornai a casa, inforcai gli occhiali e partii. Dal salotto di Anna Pavlovna al grande richiamo alle armi da parte dello Zar ai nobili moscoviti poco prima della battaglia di Smolensk. Poi mi fermai, sommerso dagli esami, e mi ripromisi di riprenderne quanto prima la lettura. Promessa che risultò vana.

La quarta volta, quella definitiva, si consumò pochi anni dopo. In un impeto di desiderio, vergogna e senso di colpa, ricominciai dall’inizio. La cena dalla Pavlovna era ora come un déjà vu, tutto sembrava riaffiorare nella memoria. I luoghi, i volti, le parole, le atmosfere. Lo completai senza fermarmi, ad una velocità costante, abbastanza sostenuta da permettere che la trama restasse compatta nella mia testa, e abbastanza contenuta da concedermi le giuste pause per sottolineare, riscrivere e ragionare sulle frasi che di volta in volta mi colpivano interrompendo la lettura.

In fondo Guerra e Pace è un romanzo sul cambiamento. I personaggi che Tolstoj muove sulla scena sono tutti alla disperata ricerca di un posto nel mondo (o nella storia), mentre la realtà che li circonda sta cambiando, e lo fa anche con una certa rapidità. L’ansia di trovare una sistemazione alla propria esistenza, la difficoltà di fare delle scelte di fronte alle circostanze che mutano e che costringono tutti, continuamente, a cercare le risposte necessarie a superare ogni tipo di avversità. Questo è il filo che intreccia tutte le vite che si consumano tra quel salotto che si apre, maestoso, sotto la regia di Tolstoj all’inizio della narrazione, e i campi di battaglia innevati che circondano una Mosca in fiamme.

Ma cosa rende Guerra e Pace un romanzo che tutti dovrebbero aver letto almeno una volta nella vita?

Leggere Guerra e Pace è leggere il romanzo dell’umanità, una storia che trascende il tempo e lo spazio. Un dramma storico e familiare che potrebbe raccontare la vita di ciascuno di noi, in qualsiasi momento. Una variegata comunità di personaggi incompleti alla costante ricerca di loro stessi e di un senso per le proprie vite. Personaggi spogliati dalle facciate e dai modi aristocratici ed esibiti in tutte le loro fragilità. Illusi, scettici, insicuri, dubbiosi, ansiosi, maligni, deboli, ingenui ci appaiono i Bezuchov, le Nataša, gli Andrej, i Kuragin, i Rostov liberati dalle loro divise e dai loro corpetti. Perfino Napoleone è prima di tutto uomo, vittima delle proprie convinzioni. Liberato dalla maschera del mito, non ne resta che un condottiero più fortunato che abile stratega, in balìa della storia che esso stesso pensava di poter dominare.

Guerra e Pace è uno di quei romanzi in cui il lettore si addentra fino a perdersi e si ritrova circondato dai personaggi come fosse personaggio lui stesso, un osservatore privilegiato. Scena dopo scena Tolstoj riesce a trattenere (e intrattenere) il suo pubblico dentro le stanze stuccate dei palazzi nobili di Pietroburgo per poi trascinarlo lontano, in mezzo al fango e alla neve dei campi di battaglia che separano Mosca dal resto dell’Europa. Dopo averlo fatto muovere tra le anime in pena che intrecciano le loro vite nelle trame della ‘pace’, Tolstoj lo accompagna ora davanti allo Zar, ora al cospetto di Napoleone, ad ascoltare i loro discorsi, a spiare i loro piani, a scrutare i loro sguardi mentre tramano la ‘guerra’. Non esiste, forse, in letteratura un romanzo così pieno di immagini potenti.

Per ultimo, Guerra e Pace è un romanzo che incute timore, una grande opera che è stata scritta in sette anni e che ha avuto un’origine complessa, un’opera che, una volta terminata, ha svuotato il suo autore al punto tale da fargli credere che non sarebbe mai più riuscito a scrivere niente (e ci sono voluti anni per vedere Tolstoj lavorare sulla sua opera successiva, Anna Karenina). E questo timore va combattuto, pagina per pagina, giorno dopo giorno, perché chi legge deve essere in grado di rompere qualsiasi tabù. La ricompensa finale ripagherà ogni sforzo fatto, questo è certo. E non si tratterà soltanto della soddisfazione di aver portato a termine una lettura impegnativa, ma saranno gli effetti collaterali che quest’opera è in grado di sprigionare nella vita di chi la legge a costituire il premio più grande. Premio di cui potrà godere per sempre.

Perché, quindi, leggere Guerra e Pace? Perché fa pensare, perché fa ripensare. E perché è bellissimo.

 

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