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ep.2 Risveglio con rane

Introduzione di Ivan Nannini

Ad ogni primo passo ne segue un secondo.

La scorsa notte ha lasciato il segno a FN314, una piccola frazione del grande distretto 13: tegole rotte, auto ammaccate, mucchi di rane sparsi per il paesaggio. Qualcuno è riuscito a dormire a malapena, altri invece si sono fatti un bel sonno ristoratore, alla faccia delle rane. Si, le rane, cadute dal cielo, un evento insolito, ma non quanto lo sarebbe stato forse, che so… un tifone di imbuti? Tuttavia le persone si abituano a tutto, alle code alla posta o alla ressa sulla metro, ai bei tramonti e alle fredde mattine d’inverno. Al solito caffè ristretto nel solito bar alla solita ora sul solito tavolo, alle notti insonni sotto le bombe, alle rane piovute dal cielo, alle liti in famiglia e alla partita la domenica. Le persone si adattano, le persone accettano, talvolta si annoiano, di rado si ribellano, ma la vita scorre inesorabile e lava via tutto, o quasi. Il tempo spazza via i pensieri, le ferite e le rane, in modo da preparare il terreno per accoglierne ancora.

Buona lettura con il secondo episodio della serie, rappresentato in copertina da un disegno di Elena Liverani

EPISODIO 2: RISVEGLIO CON RANE

di Tommaso Aramaico

(Nina)

Il rumore arriva fino a qui, posso sentirlo anche dalla camera da letto, mentre me ne sto con la testa affondata sotto ai cuscini. È Jeff che sta suonando il sassofono. Non so cosa odio di più, se lui che soffia dalla mattina alla sera in quel maledetto pezzo di latta o il rumore delle rane che piombano dal cielo fino a schiantarsi a terra. Sono piovute per tutta la notte, a dirotto. Risuonano ancora nella mia mente vuota. Rimarrò qui, sotto al piumone e ai cuscini, fino a che non passerà.

Chiudo gli occhi e con le mani stringo forte alle tempie e sulle orecchie. Per non vedere, per non sentire. Ma qui non si tratta più di vedere o sentire. Non è da fuori che arrivano i suoni o le immagini delle cose, ma da un qualche recesso che mi porto dentro, un buco nero di segno rovesciato, da una falla che non divora, ma che sputa e vomita immagini e suoni senza sosta. Per tutta la notte ho visto le rane da qui, mentre ero sotto le coperte. L’orecchio traduceva il suono in immagini e a ogni schianto un lampo a forma di rana brillava nella mia mente in fiamme. Sono un pipistrello immobilizzato, ancora adesso vedo con le orecchie. Nella mia testa c’è un gioco pirotecnico di rane che esplodono e ad ogni impennata, ad ogni acuto del sassofono, la debole trama dei miei pensieri viene fatta a brandelli dalle dita ossute di Jeff.

Devo alzarmi e capire dove è Nicolino. Sono sicura che non è in casa. Anche lui appare. Lo posso vedere, anzi, non posso fare a meno di vederlo, proiettato com’è sulle mie palpebre serrate. È in strada, sotto un albero per ripararsi dalla tempesta, mentre brandelli di rane gli lordano il viso e i vestiti. Adesso lo vedo correre, magro com’è, e schivare pozzanghere di sangue. No, non corre più, è stato colpito. È a terra, svenuto o forse morto, il corpo crivellato alla tempesta di rane. Pazza per la visione mi tiro su a sedere. Prima o poi gli accadrà qualcosa. Noi siamo dei primitivi rispetto a lui che in questo mondo fatto di rane che cadono dal cielo ci è nato. Non le teme veramente. Fanno semplicemente parte del suo mondo, mentre noi, mentre io rivolgo lo sguardo al cielo come un selvaggio accucciato nella sua grotta che trema all’avvicinarsi della tempesta, alla luce del lampo, al ruggito del tuono. Non mi abituerò mai a queste rane. Mai. Sono state loro a portarmi nuovamente qui, in questo posto? Come stai, baby? Mi chiede ogni giorno Jeff da quando ci siamo trasferiti in questo paese, nel paese dove sono cresciuta, e io, ogni giorno, gli ripeto la medesima menzogna. Bene, gli rispondo. Perché me lo chiedi? aggiungo, ma lui non vuole veramente sapere. Due parole bastano per ventiquattro ore alla sua cattiva coscienza, e così, ogni giorno, riprende a suonare fingendo di non vedere le mie labbra che si deformano nell’urlo trattenuto. Seattle, ingegnere aerospaziale, vita. Queste sono le parole che senza sosta salgono su dalle mie viscere. Sono come un doloroso conato di vomito che ogni volta ricaccio giù deglutendo dolore e rabbia.

Non lo so più nemmeno io come è stato che sono finita a Seattle. E non ricordo nemmeno quando l’ho conosciuto, Jeff. So solamente che volevo scappare da questo paese e che mi sono aggrappata a lui, io che mi sentivo una stronzetta ignorante di tutto catapultata di punto in bianco in quel mondo enorme, grandissimo e complesso che mi faceva sentire ogni giorno più stupida di prima. C’erano i libri, i numeri, i calcoli e innumerevoli pagine di appunti, grafici, tabelle. Con quelli mi trovavo a mio agio, ci sapevo fare, ma la vita, tutto quello che non stava in quelle tabelle, ecco, quella mi sfuggiva dalle mani. Perché Jeff? Me lo sono chiesta a lungo, ogni volta che mi soffermavo a guardarlo mentre girava per le strade di Seattle prima e per i vicoli di questo paese dopo, sempre con il sassofono che gli ciondolava al collo e senza rendersi conto che tutti lo prendevano per il culo. Ci ho messo tanto tempo per capirlo. E, ammetto, non mi piace di averlo capito. Jeff è semplice, per questo mi sono aggrappata a lui. Jeff era l’unica cosa semplice che avessi trovato lì a Seattle, dove tutto mi sembrava essere oltre le mie capacità. Mi sentivo così stupida che non riuscivo nemmeno a divertirmi. Ero convinta che se mi fossi divertita e avessi abbassato la guardia diventando quello che ero, allora sarebbe accaduto qualcosa che mi avrebbe devastata, togliendo il velo sulla mia nullità. Non mi sono mai tirata indietro, però, perché il mio terrore più grande era di ritornare qui, piombare nuovamente in questo buco di posto. Non mi sono mai fermata, anche se quel mondo che si allargava mi faceva cadere in preda di tachicardie, emicranie, sudori freddi e terribili mal di stomaco. Prima era venuta l’università conclusa nel Kansas, poi il master nel Maryland e lo stage nello stato di Washington, alla Boeing, vicino a Seattle. Non capisco come io ci sia riuscita, ma ricordo bene l’orgasmo selvaggio che montava dalle cosce ogni volta salivo su aerei che mi facevano allontanare di qualche migliaio di chilometri in più dai miei genitori, da questo posto, dalla Nina che in questo pugno di vicoli era cresciuta e stava soffocando. Pur di poter rimanere lontana da qui, ero disposta a stare con Jeff e sentirlo suonare.

Come sono arrivate le rane? Quando sono arrivate? È uno di quei giorni che si dovrebbero ricordare, e invece no. Non ricordo il giorno, non ricordo dove fossi la prima volta che è accaduto. Ho dimenticato tutto. So che questo evento ne ha scatenati altri, a catena, tipo effetto domino. Io fatico ancora a comprendere il collegamento fra le rane che avevano iniziato a cadere dal cielo e il mio starmene chiusa dieci ore al giorno in una stanza a fare calcoli su calcoli. Non lo so proprio. So, però, che i finanziamenti al progetto in cui ero impegnata erano stati ridotti e che alcuni di noi erano stati fatti fuori e che io ero stata la prima a perdere sedia, scrivania e computer. In televisione non parlavano d’altro. Però non è che ne sono così sicura, adesso. Non ricordo molto. Avevo dei problemi, già allora. Certi problemi me li porto avanti da una vita, ma adesso non ci voglio pensare.

Non so come, ma è finita. Finalmente un po’ di silenzio. Surya salta sul letto e mi si piazza davanti col suo severo muso tigrato, quasi assente. Abbassa leggermente le palpebre, dandomi ad intendere che sono io a dover portare la mia attenzione su di lei, e non viceversa. Finalmente riesco ad alzarmi dal letto. Vado a bussare alla porta della camera di Nicolino. Apro, ma lui non c’è. Lo sapevo. Deve essere fuori, per strada, a riempirsi gli occhi del paesaggio infestato di rane.

Mi vesto e vado fuori a cercarlo. Questo posto piace a molti perché è piccolo e tutto sembra essere sotto controllo. Io qui non mi sento al sicuro, mi sento soffocare. Mi sento braccata, in pericolo. E la cosa più spaventosa è che non ho motivo per pensarlo. Nulla mi minaccia, tutto mi minaccia. Ho paura anche per mio figlio. Sono mesi che mi ha preso questa fissa. Nicolino è in pericolo. Per fortuna arriva l’aspirarane che, col suo boato, risucchia anche questo brutto pensiero.

Eccolo là, Nicolino. È seduto su una panchina accanto a uno dei nostri vicini, Juri Fontana, un tipo che come tanti altri, qui, si lascia vivere senza che si capisca bene chi sia, cosa faccia. Con la vista appannata barcollo per la strada, cercando di schivare la poltiglia delle rane schiantate. Trattengo il respiro per resistere al fetore della carne aperta che presto inizierà a cucinare sotto il sole debole. Mi limito a guardarlo, questo Juri. Prendo mio figlio e me lo tiro dietro verso casa. Gli chiedo se abbia fatto colazione. Fa cenno di no. Di che stavate parlando? gli chiedo ancora, ma lui non mi risponde. Si rifugia, con gli occhi, nella figura del padre, che se ne sta impalato alla porta, aspettandoci. È un po’ che l’ho notato. Non litigano più come un tempo, anzi, fra Nicolino e il padre sembra essere iniziato un periodo di tregua, qualcosa come un momento di non belligeranza. Che sia una vera e propria alleanza? Mi pare improbabile, tuttavia la cosa che non capisco è come sia iniziata, se sia stato Jeff a dare inizio a tutto, o Nicolino, che sempre più fatica a guardarmi negli occhi. A me, sua madre.

Jeff apre la porta e ci fa entrare. Farfuglia qualcosa sulle mie medicine. Mi chiede se ho preso le mie medicine e io faccio cenno di sì. Vorrei dirgli che so pensare benissimo a me stessa senza che lui si metta a ricordarmi le cose, a controllarmi. È così? Forse ho fatto qualche casino di troppo, ultimamente, per poter pretendere di metterlo a tacere e poi non sono così sicura di averle prese. Farsi dire cosa fare da uno che soffia in un pezzo di latta mentre piovono rane, pensando di fare musica. Ecco come mi sono ridotta. Nicolino ha colto l’occasione al volo, si è liberato dalla mia presa e adesso cammina veloce per le scale. La colazione, gli urlo mentre si allontana, ma lui non si volta. Cammina adesso, non corre più per qualsiasi cosa, come faceva prima. Mi puzza. Smettere di correre significa smettere di essere bambini. Iniziare a camminare vuol dire crescere. Tante, troppe cose tutte insieme. Da dove vengono? Sento sbattere la porta della sua camera. Jeff mi poggia una mano sulla spalla e stringe leggermente, ricordandomi le medicine e dicendomi di lasciar stare il bambino. Caffè, dice, andando in cucina.

Chiudo la porta di casa alle mie spalle e seguo Jeff che si muove lentamente verso la cucina. Cerco di metterlo meglio a fuoco. Ha sempre avuto le spalle così larghe? Non me lo ricordavo così.

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