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ep.19.5 EternLab

Immagine di copertina di Ray Chan.

EPISODIO 19.5: ETERNLAB

di Marco Morselli e Ivan Nannini

Non ricordo il giorno esatto ma eravamo in piena estate, la più calda del secolo, dicevano. Ma lo dicevano ormai ogni anno. Fuori l’aria bruciava come se volesse esaurire l’ultima molecola di ossigeno rimasta. Mi svegliai in un groviglio di lenzuola umide, l’impronta del mio profilo sul cuscino bianco ingiallito. Avevo passato quella lunga nottata ad agitarmi tra una corsa al bagno e l’altra. Quando ero piccolo i nonni me lo dicevano sempre di non bere troppo prima di andare a dormire, che poi la notte… Ma per quanto la mia dieta iposodica ormai non mi permettesse il minimo sgarro, avevo sempre sete, una sete che mi consumava la gola fino a seccarne le pareti. Non c’era rimedio se non ingurgitare grosse quantità di acqua. Da quanta ne bevevo mi si era allargato lo stomaco, ed avevo sempre fame. Ma quell’estate sembrava volersi abbattere come una falce su tutto l’emisfero nord e portare via con sé tutti quelli ci abitavano, spazzati via in cenere. L’aria condizionata pompava con tutta la poca forza che le era rimasta. Era un apparecchio vecchio. La tenevo al massimo, e ne ricevevo, al massimo, deboli sbuffi di aria fresca. Mi accontentavo. Era l’ultimo ricordo dei miei genitori. “Mettiamo l’aria condizionata, ogni estate è sempre la stessa storia, e sarà sempre peggio con gli anni a venire!” Provavo tenerezza a sentire quegli sbuffi. Il rombo della motocondensante accesa alla massima potenza, incassata in una piccola soffitta, lo potevo ascoltare in tutta la casa. Ma era piacevole, mi rilassava, con il suo rumore bianco mi isolava dal resto del mondo e mi conciliava il sonno. Da quel sonno, però, mi svegliavo spesso. L’arsura mi seccava la lingua e mi spezzava i sogni in più parti. Capitava che una volta riaddormentato riprendessi il sogno di prima. Più spesso ne iniziavo di nuovi, brevissimi che finivano tutti nello stesso modo: fuoco, fiamme, calore. E sete.

Vivevo da qualche anno nella casa che era stata dei miei nonni e poi, per breve tempo, dei miei genitori. Un appartamento troppo grande per me solo, ma era difficile immaginarmi qui con qualcun altro. Ogni stanza ricordava qualcosa. Ero geloso. Cimeli ovunque, qualcosa dei miei genitori, il più dei miei nonni e bisnonni. Una stanza aveva preso col tempo l’aspetto di un piccolo mercato delle pulci. Vecchie foto, medaglie di guerre lontane, lettere, corredi scampati alle tarme per miracolo. Tanta polvere che spesso per pigrizia ignoravo. Poi però lo spirito di mia nonna si impossessava di me e allora mi ritrovavo con uno spolverino in mano a fendere colpi in mezzo a tutta quella roba. Non facevo altro che spostare la polvere da una parte all’altra della stanza. Da un ricordo all’altro. Avevo provato anche con uno spray liquido ma il risultato fu di inzaccherare tutta quella massa di cianfrusaglie. Delle volte avevo avuto la tentazione di buttare tutto, e rifare quella stanza daccapo. L’unica finestra che dava su una buia corte interna chiusa da un lucernario rendeva l’ambiente più tetro del normale. Il pavimento di cotto sbiadito in più punti e vecchio di secoli e sul soffitto un affresco pullulante di draghi e chimere, che io da piccolo scambiavo per diavoli. “E’ un tipico affresco di fine Ottocento toscano” ci ricordava sempre l’architetto Bonini, amico dei nonni, presenza fissa degli interminabili pomeriggi che sapevano di pensione. A me che fosse di fine Ottocento o toscano importava ben poco. Avevo una paura fottuta di quella stanza. Sapevo anche che ci era morta una persona, la governante dei miei bisnonni. Cinquant’anni di onorato servizio e poi un brutto male che non aveva cura, spirò dopo pochi mesi su un vecchio letto di ferro battuto, con il materasso alto e un cuscino che sembrava di paglia, e che era ancora lì quando ero piccolo, foderato da lenzuola marroni e avvolto con un ruvido copriletto grigio topo. Quel letto se ne andò con la dipartita del nonno, quando nonna Renata decise di trasformare quella stanza in un grande guardaroba dove conservò tutti i completi del suo compagno di vita, perché, diceva sempre, “non si sa mai”. Non ho mai capito se quel “non si sa mai” significasse che sarebbero potuti servire a me, il suo ometto, oppure se il nonno sarebbe tornato a riprenderseli. Io da quella stanza restai alla larga anche dopo, per un bel po’.

Da grande, dopo aver preso possesso della casa, ripensavo spesso a quelle parole. Mio nonno sarebbe davvero potuto tornare a prendersi i vestiti o magari sarebbe stato possibile mandarglieli lì dove era in quel momento? Gli sarebbero serviti? Erano ancora lì, insieme a quelli di mia nonna. Dentro due lunghi armadi che si fronteggiavano ai lati opposti della stanza. Non avevo il coraggio di sbarazzarmene. Un po’ per il ricordo, un po’ perché se davvero fossero tornati, non si sa mai.

Quella mattina, dopo essermi alzato, le solite cose, la doccia, la barba, l’acqua a bollire in attesa del caffè mentre mi vestivo, una ripassata con il pettine, un po’ di gel, il mio lungo caffè americano era pronto, niente zucchero, un goccio di latte di mandorla. Anche se ormai da molto tempo ero costretto a lavorare da casa come la maggior parte delle persone, preferivo mantenere comunque un certo ordine. Nel corso degli anni avevo visto colleghi abbrutirsi al punto tale da non riconoscerli più nemmeno in videoconferenza. Me ne stavo quindi tutto ravversato, anche compiaciuto della mia tenuta dignitosa, sprofondato nella poltrona in pelle nera sintetica davanti alla scrivania nello studio. Era ancora presto, ma al di là delle finestre l’aria era già infiammata, quasi solida. Il condizionatore alla mia destra strideva e mi sputava addosso poca aria leggermente rinfrescata. Mi persi a fissare quell’aggeggio stanco e mortificato per alcuni minuti e mi dispiaceva che l’ultimo regalo dei miei genitori si stesse lasciando andare così. L’insistenza con cui emetteva quei sospiri nella convinzione che mi arrivassero era pari a quella di mia madre, quando mi ripeteva la stessa cosa, di continuo e io la ignoravo, di continuo, e la guardavo con occhi accondiscendenti. Ma lei sapeva che di quel che diceva non mi arrivava niente, il condizionatore invece no. “Ti è arrivato un messaggio! Vuoi che te lo legga?” mi balzò dallo schermo del computer un ologramma con le fattezze di un postino. Uscì fuori fino alla tazza di caffè che per poco non rovesciai.  “Te lo memorizzo in archivio? Vuoi un estratto?” lo detestavo quando faceva così di primo mattino. Al mattino non si parla, non mi si parla. “Leggimelo tu, su!” mi stirai sulla poltrona e allungai le braccia incrociando le mani dietro la testa.

‘Gentile Signor Sermonti, la EternLab Corporation la invita a presentarsi negli uffici della sede di Roma in Via… entro la fine del mese corrente per discutere sul rinnovo del contratto stipulato dai Sig.ri Pietro e Renata Sermonti, le ricordiamo che, in quanto unico rappresentante rimasto del nucleo familiare, lei ci risulta quale unico possibile curatore delle loro volontà testamentarie, incluse quelle relative alla collocazione digitale post mortem…’ ordinai all’ologramma di fermarsi.

“Collocazione digitale post mortem” era la definizione tecnica di una pratica ormai diffusa da mezzo secolo. Rimuginai sulla freddezza di quella sequenza di parole. Me la sentivo ripetere nel cervello, la voce metallica dell’ologramma dominava tutti i miei pensieri. Era la cosa più assurda che l’uomo avesse potuto inventare. Una vita dopo la morte. Ma non una vita come quelle spirituali che le religioni ci offrivano in cambio della nostra devozione. Si trattava più che altro di una serie di esperienze, di immagini, di interazioni combinate da un’intelligenza artificiale in grado di illudere la coscienza di una persona morta. Una riproduzione virtuale della vita reale. La EternLab, in esclusiva mondiale, proponeva un ventaglio di pacchetti che chiunque poteva acquistare per assicurarsi la vita eterna. I primi clienti erano stati i malati terminali, specialmente quelli poco fiduciosi nella criogenesi. Poi si aggiunsero gli anziani che si avvicinavano all’età prevista dall’aspettativa di vita media del periodo. Infine il mercato si allargò anche alle generazioni più giovani. Tutti affidavano le proprie speranze a dei signori eleganti, avvolti in un completo blu cobalto, che non risparmiavano sorrisi e strette di mano, e alle loro proposte contrattuali. “Signore lei ha fatto un affare, la attende un’eternità piena di cose belle”. Un’eternità effimera, però, che sarebbe durata il tempo previsto dal contratto. Contratto che poteva essere rinnovato da un discendente, o altro curatore designato, e forse anche per questo negli ultimi anni si erano registrati alti tassi di natalità e adozioni da parte di coppie o single di ogni fascia d’età. Era importante lasciare qualcuno che si preoccupasse di queste beghe legali al di qua. Altrimenti, al di là, il rischio che da un momento all’altro tutto si sarebbe smaterializzato davanti agli occhi del cliente era concreto. Bastava un clic su un computer della EternLab. Mi domandavo cosa sarebbe svanito alla vista dei nonni se non fossi intervenuto io. Sorseggiai altro caffè ormai tiepido, e continuai ad ascoltare le parole fredde e scondite di quella mail. Ero a disagio al pensiero che la vita dei miei nonni fosse in qualche modo nelle mie mani. Vita post mortem intendo. Se è corretto chiamarla così. Incollato alla poltrona fissavo la finestra davanti a me e mi sforzavo di immaginarli nel loro scenario. C’era un qualche luogo non fisico dove nonostante tutto loro continuavano a vedere, sentire, parlare, mangiare, dormire, sognare, pensare. Un mondo inesistente che esisteva solo per le loro coscienze. Dalla grande porta sulla mia destra che dava sul salone potevo vedere il camino. Era un camino imponente su cui si appoggiava una lunga mensola di granito. Al centro due urne. Dei miei nonni non era rimasto altro che delle ceneri. Quelle della nonna nell’urna in porcellana smaltata del suo colore preferito, blu cobalto, come le divise della EternLab, il nonno in una giara di marmo color crema, l’altro colore preferito di nonna. In quell’esatto momento in cui guardavo i loro resti fisici, da qualche altra parte le loro menti sfuggite alla cremazione continuavano ad avere piena coscienza di sé. FN314, questa sigla mi era sempre rimasta in testa. Era il “luogo” dove erano state caricate le coscienze dei nonni. Qualche volta l’avevo notata di sbieco nei cassetti del vecchio scrittoio in salotto. Tra le carte di famiglia. “Se ci capitasse qualcosa a me e a tuo padre, guarda nel primo cassetto dello scrittoio, c’è un quaderno con tutte le istruzioni, le pratiche, gli archivi degli affari di famiglia, il contratto dei nonni” l’insistenza di mia madre era alle volte insostenibile. “Ok, ho capito” mi lagnavo, stupido “non facciamo questi discorsi ogni volta che ci vediamo però” e un sorriso amarognolo smorzava la tensione di quell’argomento pesante e ripetitivo. Non se ne parlò più per un mese circa. Quindi la telefonata da un numero sconosciuto: “è lei il Signor…? Qui è la polizia stradale…” ero in giro quando risposi al telefono. Sopra di me un cielo carico di nuvole livide e corpulente che si aprivano sotto un sole freddo e infastidito. Il giorno era arrivato. Il giorno dei discorsi ripetitivi e pesanti. Il giorno a cui non siamo mai preparati, perché quello che ci serve, quel giorno, nel quaderno delle istruzioni non c’è. E io ero tutto fuorché preparato. Ero rimasto da solo. Non sapevo se i miei genitori avessero un contratto post mortem, ma il modo improvviso in cui tutto era avvenuto, avrebbe comunque vanificato qualsiasi tipo di opzione. Le loro coscienze si erano consumate, assieme ai corpi, in quell’incidente e l’ultima cosa che avrebbero visto i loro occhi sarebbe stata la facciata di un tir che aveva perso il controllo. Non se ne era mai parlato in casa, che io mi ricordassi. Né avevo mai visto niente frugando tra le scartoffie dello scrittoio. C’era solo la busta dei nonni, con un pieghevole coloratissimo che si faceva notare sotto il rivestimento bianco del plico. Era uno di quei pieghevoli pieni di immagini che la EternLab spediva a casa della gente. Non bastava la pubblicità incessante su tutte le televisioni, radio, social network. La posta ordinaria era pur sempre uno strumento tra i più efficaci. Si poteva tenere in mano, sfogliare, odorare e i fogli erano così lucidi da rendere le immagini quasi vive.

La prima volta che ne vidi uno fu un giorno che ero rimasto a pranzo dalla nonna dopo la scuola. “Cos’è quella cosa che leggi nonna?” guardarla leggere quell’opuscolo era più interessante del piatto di pasta fumante che avevo davanti. “Mangia, amore, è roba per i grandi” aveva un sorriso particolare quando voleva sviare le mie domande. E la risposta era sempre la solita: roba per adulti che io non potevo capire. Allora inforcavo la pasta e mentre trangugiavo i maccheroni unti di sugo provavo ad allungare lo sguardo, in avanti, e poi di sbieco. I suoi capelli bianchi tirati dietro la nuca spuntavano dalle pagine piene di figure a colori, patinate, talmente lucide che il sole dell’una, nonostante la finestra opaca, ci sbatteva sopra e mi colpiva agli occhi. Quello poco che riuscii a intravedere furono un prato e un cielo soleggiato, una spiaggia, un tramonto e l’immagine stilizzata di un cervello. Pensai ad un’agenzia di viaggi, ma la figura di quel cervello mi rimase sempre impressa. Nella busta dove era stato lasciato il dépliant c’era appunto il contratto. Poche pagine, parole precise. Ma dei miei genitori niente. Nessuna busta, nessun dépliant. Cercai di rimettere in ordine i miei pensieri e le mie priorità: dovevo sistemare i miei in attesa che terminasse l’autopsia, chiamare il commercialista, il notaio, il consulente finanziario. Il funerale fu rapido e i loro corpi cremati subito dopo la funzione. Le ceneri mi arrivarono il giorno successivo a casa, la loro, quella dei miei nonni. Due cubi in marmo nero con nervature bianche, come li avevo ordinati. Ce n’erano di varie forme disponibili, ma scelsi quelli più facili da spolverare. Adesso avevo una lunga mensola sopra il camino, con i miei nonni al centro e i miei genitori, uno accanto all’altro, a destra. Sopra di loro una sequenza di sorrisi, abbracci, sguardi pieni di sogni, scene familiari. I nonni, però, potevano almeno sorridere da qualche parte. I miei genitori solo in quelle foto.

Dovevo dunque presentarmi entro la fine del mese presso la sede italiana della EternLab. Telefonai per prendere appuntamento e una voce che non sembrava umana ma forse lo era mi rispose che sarei stato ricevuto il 31 luglio alle 10.30 in punto.

Non amavo molto guidare da solo e l’idea di scendere fino a Roma mi sconfortava. Mi alzai presto, con il piede sbagliato, non ebbi nemmeno il tempo di farmi il mio caffè americano. Mi accontentai di un espresso doppio all’autogrill, e solo per tenermi in piedi. L’asfalto ribolliva nonostante l’odore di pioggia. Un’uggia terribile. Il navigatore dopo poche ore mi portò sotto al palazzo della EternLab, un imponente ma snello edificio di trenta piani in vetro e acciaio dalle linee essenziali, sguarnito e severo. Svettava tra Viale Cristoforo Colombo e Via Laurentina, poco prima dell’Eur, di fronte al vecchio Luna Park abbandonato. Una lunga fila di antenne sul tetto che di notte si illuminavano in alternanza. Dall’ultimo piano del palazzo si poteva vedere tutta la città, e tutta la città poteva vedere l’insegna della EternLab. Era una presenza stabile nella vita degli abitanti. La sua scritta pulsava come un grande punto interrogativo: esiste davvero l’eternità? In cosa consiste? Si può comprare la vita eterna dopo la morte? I dibattiti televisivi sul tema non si contavano più. Della EternLab si diceva tutto e il suo contrario. “E’ una pratica immorale!” si accanivano i detrattori, “e in ogni caso nessuno può dimostrare la veridicità di quanto pubblicizzate” insistevano “qualcuno è mai tornato indietro a raccontarcela?” risate del pubblico. “Siamo sicuri poi che tutti i dati estratti dalle persone in punto di morte vengano archiviati e usati solo per questo?” si impuntava un noto filosofo “non è che possono essere trasferiti in qualcun altro ancora in vita e…” lo interruppe un rappresentante della compagnia “per farne cosa, che senso avrebbe?” lo guardava con gli occhi vitrei e un sorriso stampato in faccia. “Potrebbe servire a trasferire conoscenze, esperienze, potrebbe fare da apripista al trapianto di coscienza, dal corpo di un anziano o di un malato a quello di un giovane sano…” il rappresentante sogghignò “ma lei sta parlando di qualcosa che è vietato dalla legge, ogni forma di ricerca è stata sospesa, suvvia, torniamo al punto centrale”, si avvicinò un bicchiere d’acqua. “Ci scusiamo per la piega che sta prendendo questo confronto” il presentatore riconquistò la parola e si rivolse al suo pubblico “in un mondo pieno di ingegneri informatici c’è ancora chi ha il coraggio di studiare filosofia” il pubblico applaudì tra le risate.  

Avevo visto un documentario un giorno. Era stato girato dalla stessa EternLab. Mostrava la procedura con cui venivano estratte le coscienze. I clienti appena raggiungevano lo stato di morte clinica subivano un’iniezione di un liquido creato nei laboratori della compagnia. Serviva a congelare l’intero complesso cerebrale prima di rimuoverlo attraverso un’asportazione chirurgica. I tecnici della EternLab provvedevano quindi a scongelare il cervello su una grande piastra di vetro e a scansionarlo. Inviavano seduta stante il contenuto all’archivio globale gestito dalla casa madre in Oregon. Una volta lì, in base al pacchetto acquistato dal cliente, i responsabili dell’archiviazione inserivano i dati nello scenario previsto.

“Lei è il signor Sermonti?” mi si avvicinò una giovane donna con un tailleur nero e i capelli raccolti dietro la nuca.

“Sono io” mi voltai.

“Prego, mi segua.” I suoi tacchi sbattevano a ritmo costante sul marmo bianco del pavimento. Una luce ovattata illuminava le pareti chiare di un largo corridoio ai cui lati erano esposti alcuni degli scenari offerti nei pacchetti. Famiglie che giocano sulla spiaggia, due giovani mano nella mano che fanno trekking sulle Dolomiti, due coppie di anziani in crociera. In un istante mi vidi la nonna con un daiquiri in mano affacciata sul Mar dei Caraibi mentre il nonno passeggiava sul ponte con le mani dietro la schiena e un cappellino con la visiera che lo proteggeva dal sole.

Seguii il rumore dei tacchi fino ad una grande stanza, anch’essa tutta bianca, con una parete di vetro che si affacciava sull’Eur. Una fila di separatori distingueva almeno dieci postazioni, dieci scrivanie, dieci sedie, dieci manifesti della EternLab con noi vivrai per sempre. Era l’ufficio dei rinnovi. Era lì che si poteva garantire la vita eterna ai propri cari. Anche se era improprio parlare di eternità, perché tutto sarebbe potuto finire in ogni momento. Se io non avessi proceduto al rinnovo, ad esempio. Ma cosa sarebbe successo se la EternLab fosse fallita o le si fosse guastato l’archivio? Avrebbe portato via con sé milioni di vite post mortem, annullato milioni di coscienze, le avrebbe uccise per sempre?

“Venga, venga” un giovane si affacciò da uno di quei separé. “Lei è il signor Sermonti, vero?” Annuii. “Si accomodi”.

Mi guardai attorno, c’erano altri parenti seduti ad altre scrivanie.

“Non si preoccupi Signor Sermonti” mi sorrise il giovane “qui la riservatezza è garantita.” Mi sentii in leggero imbarazzo. “Sono isolanti” mi indicò le pareti ai lati del tavolo “non si direbbe, ma non può sentirci nessuno! Magia, eh?” E in effetti un silenzio irreale dominava tutta la stanza.

“Dunque lei è qui per parlare del rinnovo del contratto dei suoi…”

“Nonni” feci per allungarmi verso di lui “sono i miei nonni”.

“I signori Pietro e Renata Sermonti” leggeva sullo schermo piatto in fondo alla scrivania. “Allora, qui abbiamo un contratto per una collocazione della coscienza presso un piccolo paese della campagna toscana.” Mi venne da sorridere al pensiero dei nonni in un casolare. “Bello eh!” il giovane notò la mia espressione “vuole vederli? I suoi nonni?” si allungò verso di me. “E’ possibile” rimasi di stucco. “Aspetti, aspetti” tornò sui suoi passi “non è che può vederli realmente come sono, cosa fanno e così via” proseguì “però può vedere le colonne di dati che le loro coscienze stanno producendo mentre vivono l’esperienza.” Confessai di non aver capito molto. “Guardi, guardi qui!” mi fece cenno di sporgermi per vedere lo schermo “vede questi codici incolonnati che cambiano in continuazione? Sono i suoi nonni, i suoi nonni che stanno vivendo la loro nuova vita” mi cercò con lo sguardo “so che visto così può lasciare un po’ perplessi, ma le assicuro che delle volte io stesso mi perdo a contemplarli con meraviglia. Non prova della tenerezza?” cercava in tutti i modi di entrare in sintonia con me. Io però volevo andare al dunque.

“Allora, cosa devo fare oggi?” lo incalzai “in che consiste questo rinnovo?”

“E’ una procedura molto semplice” il suo sorriso incessante cominciava a darmi sui nervi “vede, i suoi nonni hanno firmato un contratto rinnovabile della durata di quarant’anni che si sarebbe perfezionato con le rispettive dipartite” continuò “e prevedeva che se fossero passati in tempi diversi a miglior vita” a queste parole ammetto che mi venne da ridere “le loro collocazioni si sarebbero riunite in un’unica posizione facendo data dalla prima in ordine cronologico.”

“Ok, cerchiamo di capire” lo interruppi “siccome il nonno è morto prima della nonna, la sua…come dite voi, collocazione è iniziata prima. Quando è morta la nonna si sono in qualche modo ricongiunti in questa” mi faceva fatica ripeterlo “collocazione…”

“Esatto!” rispose “e da quel momento si parla di un’unica collocazione che fa data dal momento della morte del Signor Pietro”.

“E adesso le loro coscienze sono collocate in quel FN314”

“Proprio così” allargò le mani sulla scrivania e si avvicinò a me “e allora Signor Sermonti, cosa facciamo con questi nonni? Vogliamo consentire loro di poter proseguire la loro esperienza post mortem?”

 Vita, esperienza, prosecuzione. Di che si trattava, mi chiedevo, realmente? Nemmeno quelli della EternLab in fondo me lo sapevano dire. O forse non si esponevano apposta. Il contratto addirittura parlava di collocazione digitale post mortem. Per evitare controversie legali avevano scelto la terminologia più generica possibile. Ma la semplificazione del marketing riportava tutto allo stesso concetto: la vita. Qualcosa a cui dare una definizione plausibile mi pareva difficile. Magari anche la mia vita era di fatto un’esperienza dopo la morte dovuta ad una collocazione digitale della mia coscienza prevista da un contratto. Se esisteva un’intelligenza artificiale che ci faceva vivere esperienze reali, allora non c’era più sicurezza di niente. Prima o dopo la morte, la stessa cosa. “Cosa intende fare Signore?” mi colse di sorpresa nel bel mezzo delle mie elucubrazioni. “Prego?”

“Che ne facciamo di questo contratto?” cercavo di sfuggire i suoi occhi insistenti.

“Beh io, devo ancora chiarirmi le idee…” farfugliai “abbia pazienza, mi spieghi un attimo, cos’è davvero questo FN314, che cosa stanno vivendo i miei nonni?”

“E’ un luogo meraviglioso Signor Sermonti” e digitò qualcosa sulla tastiera “come le dicevo prima, è un piccolo paese di campagna dove splende sempre il sole e i suoi nonni abitano in una bella casa con un giardino pieno di rose” alzò lo sguardo e poi me lo puntò addosso “a sua nonna piacevano molto le rose vero?”

“Sì, questo me l’ha detto ma…” qualcosa non mi tornava “posso vedere meglio quella cosa dei codici, voglio rivedere i miei nonni.”

“Certamente” e voltò lo schermo verso di me. “Vede, questa colonna è suo nonno, quella accanto sua nonna. Tutte queste sequenze di numeri indicano la loro attività cosciente…” io mi sporsi per vedere meglio. “E poi qui si nota per esempio che suo nonno…” spezzò la frase come colto di sorpresa. Dopodiché girò lo schermo verso di sé come se io non dovessi più vedere. “Mi scusi un attimo.” Non c’era più traccia di sorriso sul suo volto. Adesso era confuso e preoccupato.

“C’è qualcosa che non va?”

“Mi scusi un attimo” ripeté, e fece chiamare qualcuno. Io cercavo di sbirciare ma ogni volta che allungavo il collo il responsabile mi sbarrava la vista in qualche modo. Dopo pochi secondi un altro signore, con la solita divisa blu, il sorriso impeccabile disegnato in faccia, capelli cortissimi e un velo di barba esageratamente curata, si materializzò alle spalle del mio dirimpettaio. “Guarda, guarda qui” gli disse “vedi questi codici, leggi i numeri.” Il collega sgranò gli occhi mentre li scorreva da cima a fondo. “Ma seriamente?” si voltò verso l’altro. “Sono codici di un bambino…la prima colonna, è di un bambino?”

“Ma com’è possibile?” io cercavo di ricavare qualcosa da quel mormorio, ma capii solo ‘non è possibile’ e ‘bambino’. Che c’entrava un bambino con i nonni?

“E qui? Questo cos’è?” chiese il responsabile.

“Fammi controllare queste serie di numeri” si sfilò dalla tasca della giacca un piccolo tablet su cui passò in fretta le dita. “Rane?”

“Rane?” questa la sentii bene “che sta succedendo?”

“Non si preoccupi” gli occhi dell’uomo si spostavano freneticamente dallo schermo del tablet a quello del computer. Poi si incrociò con quello del collega. “Pioggia!?”

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