di Annarosa Bartolini
All’ultimo Salone del Libro di Torino, l’autrice di best seller Valérie Perrin ha confessato di non essere mai riuscita a terminare la lettura di À la recherche du temps perdu, scatenando un’onda di applausi entusiastici e liberatori come per l’affermazione di Fantozzi sulla Corazzata Potemkin.
La Biblioteca Nazionale di Parigi, invece, ha lanciato una campagna di crowdfunding per potersi aggiudicare una collezione di documenti autografi di Marcel Proust: novecento pezzi, valore quasi otto milioni di euro. I fan hanno risposto con entusiasmo e si sono moltiplicati i gruppi di lettura della Recherche, un gruppo di iscritti al bookclub dell’Isola di Robinson ha proposto ai lettori di affrontare insieme, contemporaneamente, la lettura dei sette volumi, in un’appassionata maratona letteraria.
Marcel Proust odiato e temuto, fonte di frustrazioni e dissacrazione, ma anche oggetto di desiderio, senso di sfida, occasione per riscoprire la lentezza, risposta al deficit di attenzione e forma di disciplina per educare alla concentrazione, ma soprattutto scoperta e passione.
È in effetti un’opera complessa, il testo è composto da sette libri ed è ambientato in un tempo che va dal 1880 al 1920, dall’infanzia del narratore fino al momento in cui l’autore prende coscienza del suo destino di scrittore. In mezzo ci sono passeggiate, salotti, amori, difficoltà, ma soprattutto pensieri, elaborazioni della realtà e dei sentimenti, in cui trovano spazio i nostri smarrimenti, le piccole viltà inconfessabili, le gioie e i tormenti dell’amore.
Non è un testo che si può leggere in fretta perché costringe a un corpo a corpo con il nostro proprio passato e con tutte le nostre innumerevoli anime, ha bisogno di tempo, ma mostra la verità non risparmiando niente, come fa la vita. “Ogni lettore legge sé stesso. L’opera dello scrittore è uno strumento ottico che gli permette di discernere quello che senza libro non avrebbe forse visto in sé stesso.”
Giovanni Raboni, che ha tradotto Proust e su di lui ha scritto pagine molto interessanti, parla di rapporto speciale che si viene a creare tra Proust e la nostra vita, e del fatto che “ciò che è scritto nelle sue pagine ci riveli minutamente e incessantemente a noi stessi.”
È difficile dare un consiglio su cosa scegliere e cosa tralasciare, forse, per una seconda lettura, mi servirei dei riassunti di Giovanni Raboni per Sodoma e Gomorra e per i due libri dedicati ad Albertine, ma di sicuro potrei rileggere molte volte con lo stesso piacere i primi tre libri e soprattutto l’ultimo, Il tempo ritrovato.
È stata una lettura intensa e sorprendente: Proust è uno scrittore acuto e molto ironico, e nonostante la scrittura sia costruita con periodi e complessi, nonostante gli anni trascorsi dalla sua stesura, parla proprio di tutti noi così come siamo oggi.
Nei tormenti del narratore che non sa se presentarsi o no nel salotto elegante dei Guermantes, ritroviamo i dubbi di Nanni Moretti (“…mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”), in alcune battute pungenti riconosciamo la comicità di Woody Allen.
In All’ombra delle fanciulle in fiore, titolo che sembra l’inizio di una poesia, c’è un brano particolarmente divertente in cui il protagonista vuole che le sia presentato un gruppo di ragazze, ma non volendo apparire interessato, fa finta di guardare il mare con una tale intensità, aspettando il momento opportuno, che alla fine viene dimenticato e si rammarica in modo quasi comico che tutta la recita che aveva preparato sia miseramente fallita. La scena potrebbe ricordare uno stralunato Chaplin o gli sguardi bassi e imbarazzati dei personaggi di Massimo Troisi.
La Recherche è un’opera articolata, appassionante, contraddittoria, sorprendente e ambigua, per cui leggerla può essere a tratti divertente, a tratti noioso, commovente, spassoso, irritante, geniale, pesante e avvincente, capace di immergerci in descrizioni e ragionamenti difficili da capire e al tempo stesso di regalarci l’estrema libertà di poter dare dignità e importanza alle cose piccole, a pensieri intimi e privati.
È vero, è una lettura difficile da affrontare, e io mi ci sono immersa con stati d’animo diversi per ogni parte, talvolta con entusiasmo e passione, talvolta con un senso di distanza, e quindi con diversi abbandoni temporanei della lettura. Qualche volta mi ha suscitato anche un senso di irriverenza, come in un dialogo immaginario con l’autore, come se avessi potuto consigliarlo di tagliare delle frasi, di andarci piano con i giudizi arbitrari, di non esagerare.
Proust però sa farsi perdonare delle costruzioni lunghe e complicate, dei periodi faticosi, sorprendendoci con la sua capacità di entrare con leggerezza e profondità nella sua anima e così nella nostra, di mostrarci la bellezza nella sua imprevedibilità e incertezza. Ci sono passaggi in cui descrive ragazze con la brocca di latte intraviste dal treno che istintivamente fanno riferimento a Vermeer, ma ci ricordano anche la poesia, À une passante, di Beaudelaire e di rimando il brano Les passantes di George Brassens tradotto e cantato in italiano da Fabrizio De André.
È come se nelle sue pagine ci fosse tutto e avesse scoperto lui ogni cosa per la prima volta, dal brano che per Odette e Swann è come “la nostra canzone” in Casablanca, al Lessico famigliare di Natalia Ginzburg, che non a caso è stata la prima traduttrice italiana del libro Dalla parte di Swann.
Uno dei sentimenti più indagati e vissuti del libro è certamente la gelosia, di cui il narratore sa mostrare ogni piega e segreto; tiene prigioniera Albertine, la donna amata, e si rende conto che così è come un uccello in cattività, che ha perduto tutti i suoi colori, via via che gli altri perdono ogni speranza di possesso su di lei; solo il desiderio degli altri la rendeva di nuovo bella ai suoi occhi. “Io le avevo tagliato le ali e lei aveva smesso di essere una vittoria, era una pesante schiava di cui avrei voluto sbarazzarmi.” L’amore diventa un sentimento inquisitorio che vuole sapere, e che soffre tuttavia di sapere, e cerca di apprendere ancora di più. Albertine diventa così un’imputata che considera il fidanzato geloso come un giudice che trae conclusioni incerte da impudenze di linguaggio e desidera solo che lei confessi. La gelosia diventa retrospettiva, vuol conoscere persone, città e strade frequentate dall’essere amato, fa dubitare non solo della realtà, ma degli stessi pensieri, passa in rassegna un passato che alla luce dei sospetti si presta ad una nuova lettura.
L’abilità di Proust ci fa sentire i morsi della gelosia, l’insopportabilità di essere chiuso dai lacci della possessività, ma insieme si è dalla parte di Albertine, a cui non resta altra scelta che mentire per paura, sottrarsi per non suscitare motivi di accusa, essere prudente e silenziosa, perdere spontaneità e leggerezza. Lui confessa che avrebbe voluto lacerare il suo vestito “non per vedere il suo corpo, ma per vedere attraverso il suo corpo tutto il taccuino dei suoi ricordi e dei suoi pensieri e ardenti convegni.”
I personaggi attraversano i vari libri, il narratore un po’ li segue e poi sembra dimenticarli, ma nell’ultimo libro, Il tempo ritrovato, magicamente si ritrovano, come nel finale di una commedia per salutare il pubblico e ricevere l’applauso. Eccoli tutti in uno dei famosi salotti dei Guermantes, dopo venticinque anni: tutti sono cambiati, talmente invecchiati che il narratore li vede come in maschera; il narratore guarda un suo amico vedendo quello che è diventato, ma insieme riconosce quel piglio di giovane che gli è rimasto: “Non vedevamo il nostro proprio aspetto, la nostra propria età, ma ciascuno come uno specchio opposto, vedeva quella dell’altro.”
Qui tutti i nodi vengono sciolti e vengono spiegate non solo le esistenze, ma il senso della vita e della letteratura. “Ciò che sovverte l’ordine del tempo per le intelligenze più alte è qualcosa che sembra non avere di per sé nessuna importanza e sovverte l’ordine del tempo, rendendoli contemporanei d’un altro tempo della loro vita.”
All’inizio l’intermittenza del cuore, come Proust chiama la memoria involontaria, è innescata dalla madeleine, alla fine saranno un tovagliolo, una selce sconnessa, il colpo di un martello, a suscitare ricordi e pensieri.
La soddisfazione che nasce dal riaffiorare del ricordo non è intellettuale, ma vitale, è una risposta alla domanda che lo ha sempre incalzato “Abbiamo bussato a tutte le porte che non danno su niente e la sola attraverso cui si può entrare e che avremmo cercato invano per cento anni, l’urtiamo senza saperlo e si apre.”
È la porta del ricordo involontario, “che ha mantenuto il suo isolamento nella profondità di una valle o in cima a una vetta, ci fa respirare un’aria nuova, quell’aria più pura che i poeti hanno tentato invano di far regnare in Paradiso e che non potrebbe darci questa sensazione profonda di rinnovamento se non fosse già stata respirata, perché i veri paradisi sono quelli che abbiamo perduti, quasi che le nostre idee più belle fossero come motivi musicali che ritornano in noi senza che li abbiamo mai uditi, e che ci sforziamo di ascoltare, di trascrivere.”
Proust inizialmente teme che la felicità che prova attraverso il ricordo sia una tensione nervosa, un’allegrezza inquieta, ma poi si rende conto che ciò che sente non isola nel passato, ma al contrario, dà un ampliamento dello spirito, che gli conferisce un momentaneo valore d’eternità. Pensa a un campanello che annunciava il bacio della buonanotte di sua madre quando era bambino, concludendo che “quello scampanellio vi era sempre, e con lui, fra esso e l’attimo presente, tutto quel passato indefinitamente trascorso che ignoravo di portare con me.”
In un romanzo recente, dal titolo significativo Giorno di risacca, la scrittrice francese Maylis De Kerangal descrive la forza con cui il passato può riaffiorare nella vita presente, proprio come la marea che si ritira e poi ritorna. “Il passato non era una materia fossile, si evolveva nel tempo, morbido, plasmabile, si evolveva all’infinito, si ricaricava nel corso della vita, il passato rimaneva vivo…”
Si può ritornare sui propri passi rimuginando allo stesso modo gli avvenimenti, come se si ripetesse una poesia a memoria oppure cercando una formulazione più profonda, stratificando i significati e creando così nuove possibilità. Quello che Proust chiama “un valore di eternità” è la possibilità di un allargamento della mente in cui si favorisce l’intimità con sé stessi, mantenendo attiva la tensione del pensiero.
E dunque? La Recherche è un testo troppo complesso da affrontare, troppo difficile da capire, oppure è un’opera che sorprende, che ci apre a mondi conosciuti eppure nuovi, che ci aiuta a capire meglio noi stessi? In realtà è tutto questo, è una lettura unica, che suscita sentimenti diversi, come una lunga relazione amorosa, che vive inevitabili momenti di crisi, che ha bisogno di pause, e che è capace di riaccendere la passione e di deluderci e di sorprenderci tante volte.
Spero che qualcuno raccolga questo mio invito a buttarsi, ad avvicinarsi senza pregiudizi a questa opera così particolare, al mondo di Marcel Proust, o perlomeno a mettere questa lettura tra “le cose da fare” nei prossimi decenni!
Nel finale del libro l’autore si augura di conservare in sé la forza per descrivere gli uomini, “giganti immersi negli anni, che toccano età così lontane l’una dall’altra, tra le quali tanti giorni sono venuti a interporsi”.












Be First to Comment