di Caterina Corucci
Nella soffitta, nella casa, nella città dove non vivo più da qualche anno, è rimasto un vecchio baule pieno di cose mie in attesa di essere recuperate. È talmente grande e pesante che per portarlo su c’erano volute quattro persone; proviene dalla stiva di una nave dove era rimasto per un tempo indefinito finché mio padre spedizioniere se ne fece carico, senza riuscire però a trovare mai il proprietario. Antico, scuro, un perfetto parallelepipedo di ciliegio massello con i chiodi di legno intarsiati nel legno stesso; apro la porta della soffitta e mi appare così, addossato al muro scrostato, severo come a dire: ce ne hai messo del tempo…
Sollevo il coperchio prendendo un sospiro per affrontare il peso sia dell’oggetto, sia del contenuto, non ricordando cosa ci fosse andato a finire negli ultimi trent’anni.
Tiro fuori il fiocco rosa che cucii con le mie mani per la nascita della mia prima figlia, il caschetto da equitazione della seconda, il proiettore per diapositive, una divisa militare, la mia spada da tai chi, un tubo di plastica con ferri da maglia di tutte le dimensioni, un cavallo di pezza. Sposto pergamene, attestati, diplomi legati da nastri colorati, libri, fumetti Topolino degli anni Settanta. Poi, appoggiata in verticale lungo il fianco interno del baule, riconosco l’inconfondibile custodia azzurra con una striscia nera: la mia Olivetti lettera 32.
La tiro fuori con delicatezza e rimetto nel baule tutto il resto… anzi no, prendo anche la spada di tai chi, poi chiudo il coperchio e scendo dalla soffitta.
A casa appoggio sul tavolo il prezioso cimelio, nel mio salotto luminoso e pulito mi arriva forte, dalla custodia, l’odore degli anni passati. La cerniera non ha più il gancetto, evidentemente si era rotto e non ricordavo di averlo sostituito con un brutto fermaglio di ferro; lo faccio scorrere lentamente lungo il bordo e la mia vecchia Olivetti Lettera 32 è davanti ai miei occhi.
Perfetta. La carrozzeria in metallo azzurro carta da zucchero, le cromature lucide, il rullo nero ha alcune chiazze chiare che toccandole con le dita spariscono, ma gira senza problemi, la leva per andare a capo funziona … faccio scorrere il carrello a fine riga e… ding… quel suono…

L’avevo chiesta a Babbo Natale quando avevo undici anni, e lui mi aveva accontentata… avevo già la mania della scrittura e appena ricevuta la macchina da scrivere fondai, con la mia amica Laura, una rivista con tiratura due copie, solo per noi, che battevamo con la carta carbone. In ogni numero c’era sempre un’intervista (ricordo quella sugli UFO, fatta ai passanti in giro per strada), la ricetta di un dolce, un fatto di cronaca del nostro quartiere, una poesia e la posta del cuore che ci arrivava da alcune amiche – sempre le stesse che si firmavano ogni volta con un nome diverso. Era un mensile. Andammo avanti per un certo periodo e fu divertente.
Mi sveglio dai ricordi e infilo un foglio bianco facendo girare il rullo che scorre a meraviglia, come se negli ultimi decenni avesse continuato a farlo di nascosto per tenersi in allenamento; batto un tasto e il martelletto viene su colpendo il nastro che si alza ma poi stenta a tornare al suo posto e resta a metà strada, un po’ sghembo. L’inchiostro è secco e sulla carta si intravede appena la lettera “N”.
Continuo a battere sui tasti anche se si vede poco o nulla, per godermi il ticchettio inconfondibile. Guardo la tastiera e mi sorprendo nel non trovare i numeri uno e zero. Poi ricordo che in questo modello quei tasti non esistono: per l’uno si usa la “i”maiuscola o la “l” minuscola e per lo zero si usa la “o” maiuscola.
Chissà se in vendita si trova ancora il nastro di inchiostro, se non originale, almeno compatibile… indagando on line mi imbatto in un’infinità di articoli e informazioni che mi distraggono dalla mia primaria ricerca e scopro che la Olivetti Lettera 32 è una delle più famose macchine da scrivere portatili al mondo. Fu prodotta in Italia nel 1963 in pieno boom economico, progettata dall’architetto e designer Marcello Nizzoli. Concepita come erede della mitica Lettera 22, in realtà segnò rispetto ad essa un notevole miglioramento nella tecnica e nella meccanica, rivelandosi un nuovo gioiello dell’industria italiana. Ne furono vendute a migliaia, amate da giornalisti, scrittori e semplici studenti, grazie anche al costo moderato e alle dimensioni contenute che hanno reso queste macchine facilmente trasportabili in viaggio. Negli anni, poi, si sono trasformate in status symbol, oggetti iconici per appassionati e collezionisti.

Navigando in rete trovo davvero tanto materiale, mi incuriosisco sui personaggi famosi che usarono la “mia” macchina da scrivere.
Cormac McCarthy, vincitore del Premio Pulitzer 2007, ha scritto quasi tutti i suoi libri con questo modello. L’ha utilizzata per cinquant’anni e nel 2009 l’ha venduta all’asta per circa duecentocinquantamila dollari.
Il famoso cantautore e poeta canadese Leonard Cohen scrisse gran parte dei suoi testi e poesie con l’Olivetti Lettera 32 e la utilizzavano anche Bob Dylan, Pierpaolo Pasolini, Oriana Fallaci.
Angela Giussani, ideatrice del personaggio Diabolik usava, tra le altre, anche una Olivetti Lettera 32 per redigere i testi del famoso fumetto.
Indro Montanelli, uno dei più grandi giornalisti italiani del Novecento, saggista e commediografo, ha scritto una cinquantina di libri e migliaia di articoli usando esclusivamente macchine da scrivere Olivetti, tra cui la Lettera 32.
Antonello Falqui, regista e autore di programmi televisivi italiani come “Studio 1”, “Milleluci”, “Il ribaltone” e altri, ha scritto i copioni dei suoi celebri spettacoli con quel modello di macchina. La sua è stata venduta all’asta nel 2024 e acquistata da un dipendente Rai.
Mi ha colpito soprattutto il caso di Gianni Mura, giornalista de La Repubblica e scrittore, che ha continuando a preferire al computer la sua Olivetti Lettera 32, fino a poco prima della sua morte avvenuta nel 2020. Dicevano che per trovarlo in sala stampa bastasse seguire il rumore del ticchettio. Fu anche intervistato in merito a questa sua eccentricità: «Un giornalista giapponese», ha raccontato Mura, «mi ha chiesto se non temo di infastidire i colleghi con il rumore dei tasti. Gli ho risposto che è il loro silenzio a infastidire me». Quando gli chiesero come facesse un inviato a spedire l’articolo battuto a macchina, al giorno d’oggi, senza connessione internet, lui rispose: «semplice, si telefona al giornale e si detta il pezzo a qualcuno…».
Chissà perché, a parte il fascino ipnotico del ticchettio, si dovrebbe preferire battere a macchina, oggi, piuttosto che scrivere con il computer che ci dà la grande possibilità di cancellare, riscrivere, copiare, spostare frasi, blocchi di testo e via dicendo.
Forse, paradossalmente, è proprio per questa stessa prospettiva.
Usare una macchina da scrivere richiede una riflessione a monte poiché la correzione di errori è difficile. Prima di mettere le dita sulla tastiera occorre pensare bene a ciò che si vuole dire e costruire la frase in modo definitivo. Dal pensiero alla forma delle idee, alla scelta delle parole, cercando il più possibile di evitare ripetizioni, sproloqui ed errori, che poi la correzione o riscrittura costa fatica. Infine, il tasto.
Il processo creativo diventa profondo e la scrittura quasi un rituale che restituisce la complessità.
Inoltre c’è l’aspetto meccanico che permette di percepire la macchina in modo fisico. Quando premo sui tasti devo farlo con una certa forza, altrimenti il martelletto con il carattere inciso in rilievo non si aziona. E quando avverto il suono del campanello, inequivocabile avviso di fine rigo, devo spingere la leva a sinistra, questa fa ruotare il rullo che porta la carta in avanti con un rumore pieno; contemporaneamente il carrello si muove a destra e torno a inizio rigo. In tutto questo c’è qualcosa di intimo che mai troverò interagendo con un’interfaccia – pulsanti, touchscreen, o voce – che invia segnali a circuiti e sensori.
Mai troverò la stessa vicinanza con la parola scritta, se il controllo della macchina è un flusso di informazioni.
E mai riuscirò a scivolare nel passato come adesso che, tolto il coperchio mobile, cerco di sostituire il nastro di inchiostro che ho appena comprato. Tolgo le vecchie bobine facendo attenzione a come erano posizionate, apoggio quelle nuove nei supporti e avvito i fermi, poi prendo con le dita il nastro di nylon e lo infilo nelle due fessure guida.
Fatto.
Mi guardo i polpastrelli, sono sporchi di rosso e di nero e sorrido, solo per me.
Quasi quasi mi viene voglia di provare a scrivere un articolo sulla mia vecchia Olivetti Lettera 32.
Anzi, penso che lo farò. E poi telefonerò a Ivan, o Luigi o Marco, i miei compagni di viaggio nella redazione di Offline, e chiederò se glielo posso dettare. Per telefono.
E vediamo che cosa mi diranno…







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